Il sindaco di Reggio Calabria ai  blocchi di lunedì notte a Villa San Giovanni
Il sindaco di Reggio Calabria ai blocchi di lunedì notte a Villa San Giovanni

Reggio Calabria, 25 marzo 2020 - In piena emergenza Coronavirus, la guerra sullo Stretto è ferma alla trattativa diplomatica. Tra due spinte opposte: dalla Sicilia premono perché le cento persone ancora accampate a Villa San Giovanni restino in un albergo del Reggino. Dalla Calabria ribattono che la toppa è peggio del buco, e assembrare tanta gente in un unico posto equivale a creare un focolaio.
Intanto resta l’attesa di chi è partito dal nord all’alba di lunedì mattina. Come un parrucchiere siciliano che ha lasciato Milano prima dell’ordinanza domenicale che vietava ogni spostamento. Accetta di raccontare la sua odissea ma chiede di mantenere l’anonimato.
“Lavoravo come parrucchiere, la mia azienda ha dovuto chiudere. Non ho mai avuto sintomi ma mi sono chiuso in casa in quarantena volontaria per venti giorni. Non ho visto nessuno, sono uscito solo una volta  per fare la spesa. Ma l’affitto è diventato troppo alto per me. Così ho deciso di tornare a casa, in Sicilia”.
Poteva farlo?
“Sì, così mi hanno risposto tutti quelli che ho chiamato, dalla Protezione civile di Messina e Milano alla Regione Sicilia. Lei può tornare al suo domicilio. Quando era cominciata la grande fuga ero rimasto qui a Milano. Non mi sembrava giusto scappare, amo la mia terra. Anche a me dava fastidio tutta quella corsa verso il sud. Ma quando la situazione economica è diventata insostenibile, ho chiamato per capire se potevo rientrare”.
Quando è partito?
“Domenica 22, alle tre del pomeriggio. Mi sono registrato nel sito, Sicilia coronavirus, bisogna indicare la data di partenza. Sono arrivato lunedì 23 alle sei del mattino a Villa San Giovanni, dopo 1.200 chilometri e quindici ore di viaggio”.
E lì ha scoperto l’ordinanza dei ministri Speranza e Lamorgese: rimanete dove siete. Troppo tardi.
“Ero il primo di tutti, non c’era ancora nessuno. Ho spiegato alla polizia la mia vicenda, ho mostrato l’autocertificazione”.
Cosa le hanno risposto?
“Che era cambiato tutto, che non potevo tornare indietro e non potevo andare avanti, raggiungere la  Sicilia. Dovevo mettermi da parte e aspettare. Io, choccato: ma state scherzando? Già ero pronto a fare un’altra quarantena nella casa di mio padre in campagna. Non avrei neanche visto la mia famiglia”.
L’attesa.
“Un trattamento disumano, sono arrivato a dubitare di essere un cittadino di questo Paese.  Ci hanno portato un pezzo di pane e una bottiglia d’acqua, in tutto quel tempo. Sono rimasto 38 ore e mezzo in macchina chiuso senza poter fare niente, con la paura di uscire e di poter essere contagiato, in mezzo a tutta quella gente. Io vorrei capire una cosa: perché tutti quelli che ho interpellato mi hanno fatto partire? Perché non mi hanno bloccato prima?".
Adesso dove si trova?
“Sono in auto, a Reggio Calabria. Ieri sera hanno imbarcato con l’ultimo traghetto donne e bambini. Noi siamo rimasti qui. Ci hanno accompagnato in un albergo per riposare ma poi siamo dovuti uscire di nuovo”.
Che destino l’aspetta?
Sospiro: “Non lo sa nessuno”.