Rifiuti in un bidone della spazzatura (Ansa)
Rifiuti in un bidone della spazzatura (Ansa)

Roma, 17 aprile 2020 - Come devono essere trattati i rifiuti da Covid-19? Come vanno smaltiti mascherine, guanti e altro in arrivo dalle case della quarantena obbligatoria dove vivono persone malate? La risposta è: come indifferenziata. Ma con cambiamenti sostanziali da una zona all’altra, proprio com’è successo con le protezioni individuali. Chi è più virtuoso ha affidato a ditte specializzate la gestione di questi rifiuti a rischio infettivo, assimilabili a quelli ospedalieri. Ma non era tenuto a farlo. Perché lo stesso Istituto superiore di sanità di fatto ha ‘declassato’ la filiera, inglobandola nell’urbano indifferenziato. Si raccomandano giri dedicati e incenerimento. Nessun riferimento diretto agli asintomatici. Ai "soggetti non positivi e non in quarantena obbligatoria" si chiede di continuare la differenziata. Elencate cautele in più per tutti, come l’uso dei guanti o il doppio sacco.


Qualche numero. Intanto parliamo di 700 tonnellate a settimana. E di prassi che si considerano sufficientemente protettive perché quelle "ideali" potrebbero essere di difficile attuazione, anche per l’assenza di contratti in essere con aziende specializzate nella raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti infettivi" (entrambi i giudizi sono firmati dall’Iss). Incrociando i documenti, ecco l’ennesimo corto circuito. Si parte dal decreto del presidente della Repubblica 254 del 2003 che definisce regole giustamente severe sui rifiuti sanitari; il 14 marzo sul caso Covid arrivano le raccomandazioni dell’Istituto superiore di sanità e tre giorni dopo quelle dell’Oms. E sono conclusioni opposte. Drastica l’Organizzazione mondiale: "Guanti, mascherine e altro devono essere collocati in un bidone dei rifiuti con coperchio nella stanza del malato prima di essere smaltiti come rifiuti infettivi". Mentre il declassamento italiano si completa nel documento firmato il 24 marzo dal Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente. In quel testo, si parla di "rifiuti urbani indifferenziati provenienti da abitazioni in cui sono presenti soggetti positivi al tampone in quarantena obbligatoria". 

Ma davvero è tutto così chiaro? Non proprio. Lo stesso Iss – che precisa di fornire linee di indirizzo ad interim, in altre parole provvisorie sulla base delle evidenze a quella data  - ammette: "Al momento non è noto il tempo di sopravvivenza in un rifiuto domestico urbano dei coronavirus ma sussiste un’elevata percezione del rischio da parte della popolazione italiana ed anche tra gli operatori coinvolti nella raccolta dei rifiuti urbani". Ancora: "Si può ipotizzare che il virus SARS-CoV-2 si disattivi" per analogia con altri virus simili "in un intervallo temporale che va da pochi minuti a un massimo di 9 giorni". Tra i due estremi, passa una bella differenza. Cristian Azara, direttore tecnico e responsabile ambiente del gruppo Eco Eridania -  specializzato nel trattamento dei rifiuti a rischio biologico - avverte: "In Italia la situazione è a macchia di leopardo. In Liguria, ad esempio, andiamo casa per casa a ritirare i sacchetti delle persone positive e li gestiamo come rifiuti potenzialmente infetti, come arrivassero da una struttura ospedaliera. In Emilia Romagna lo facciamo per conto della municipalizzata. La differenza di costo? Non esiste, questa è l’assurdità. In tutto il Paese si stanno smaltendo 700 tonnellate a settimana su 150-170mila tonnellate di rifiuti sanitari che si producono in media ogni anno, anche se la capacità autorizzativa si aggira su 350mila tonnellate. Per questo aver derogato alla prassi corretta incolpando la crisi del sistema è una scusa che non regge". Nel frattempo, per la cronaca, guanti e mascherine usati si trovano ovunque, per strada e nei sentieri preferiti dai camminatori solitari (e vicini a casa).

Mascherine abbandonate