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10 apr 2020

Coronavirus, il viceministro: ci vuole prudenza. "Si rischia una seconda ondata"

Sileri (Salute) bacchetta chi ha fretta: riapertura graduale di filiere e territori, il ritorno alla normalità sarà lungo

10 apr 2020
antonella coppari
Cronaca
Un’azienda che ha riconvertito la produzione nella realizzazione di mascherine
Un’azienda che ha riconvertito la produzione nella realizzazione di mascherine
Un’azienda che ha riconvertito la produzione nella realizzazione di mascherine
Un’azienda che ha riconvertito la produzione nella realizzazione di mascherine

Roma, 10 aprile 2020 - Viceministro Sileri, si rischia davvero una seconda ondata di contagi accelerando la ripartenza?
"Certamente, bisogna essere molto cauti – spiega il numero due della Salute –. A chiudere si può essere relativamente veloci, ma per riaprire ci vuole un’estrema cautela. La fase 2 è decisiva, sia per evitare un riaccendersi dei contagi sia perché ancora non siamo a zero casi".

Quando si dovrebbe riaprire?
"La vittoria sul virus si può ottenere solo attraverso la vaccinazione o con l’immunità di gregge. E per potere eseguire il vaccino servirà almeno un anno. Tornare alla normalità che conoscevamo prima del virus sarà difficile fin quando non sarà presente il vaccino. Una normalità filtrata, con mascherine, rarefazione sociale e certe norme di galateo comportamentale, sarà possibile progressivamente, sempre però controllando i dati epidemiologici".

È ipotizzabile una riapertura per filiere produttive?
"È sicuramente ipotizzabile: i tempi li deciderà sempre il Comitato tecnico-scientifico in termini epidemiologici, poi la scelta sarà politica. Spetterà al presidente indicare il percorso, che sarà lento e graduale. Sarà tuttavia una strada percorribile laddove sia possibile tutelare i lavoratori e la società con le misure che abbiamo individuato: distanziamento, barriere fisiche, controlli dei medici competenti. I territori più martoriati dal contagio dovranno essere maggiormente monitorati".

Ci sono regioni più sicure?
"E’chiaro che ci sono differenze tra regioni. L’Italia è stata interessata in due forme diverse dal virus: in Lombardia c’è stata un’ondata di contagi, in altri territori le misure di contenimento istituite a marzo hanno impedito una diffusione elevata. Va da sé che un alto numero di contagiati significa anche avere più persone che sono guarite e possono più facilmente circolare. In ogni caso, la riapertura dovrà avvenire in modo graduale, e dovrà affidarsi alla sierologia ma anche ai tamponi, che ci diranno se queste persone hanno ancora il virus, e ovviamente la tecnologia dovrà aiutarci. Sarà importante valutare e individuare eventuali altri focolai e lì potrebbero essere riprese misure di contenimento per impedire una ripartenza in forma violenta dell’epidemia".

Giusto non riaprire le scuole?
"Sì, è stata tra le prime misure adottate".

Ci sono stati moltissimi contagi nelle case di riposo: cosa non ha funzionato?
"Dai giornali abbiamo appreso dei casi di Rsa e strutture per lungodegenti dove sono avvenuti contagi e decessi, ma ricordiamoci che questo è accaduto anche negli ospedali. Dove c’è fragilità, è chiaro, sono maggiori i rischi. Le indagini a tappeto e le verifiche erano state avviate ancora prima che si scoprissero dai giornali, ora serve seguire le norme, separare coloro che sono positivi da coloro che non sono contagiati, controllare e monitorare gli operatori e gli assistiti anche con tamponi".

Ha senso riaprire per fasce d’età?
"Può avere senso procedere in questo modo, ma le categorie che abbiamo visto più esposte e fragili, che hanno richiesto una maggiore attenzione e impegno del Servizio sanitario nazionale, ci impongono di procedere secondo il concetto di fragilità e non di età. Questo significa maggiore cautela e attenzione nei confronti di chi ha patologie, a maggior ragione se in età più a rischio".

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