epa08210822 An employee in pharmacy sales masks for protection against coronavirus, to people who have won the right to buy limited amount of them on lottery organised by local government in Guangzhou, Guangdong Province, China, 11 February 2020. Media reports that the novel coronavirus (2019-nCoV), which originated in the Chinese city of Wuhan, has so far killed 1,017 people, infected 42,717 others, with 21,675 suspected cases mostly in China. EPA/ALEX PLAVEVSKI

Roma, 12 febbraio 2020 - L’allarme coronavirus estende il suo dominio: prima dagli animali alle persone, ora dalle persone alle merci. Nel timore che proprio le merci – alla fine del cortocircuito epidemico – possano di nuovo infettare le persone (oltre che l’economia). L’argomento è sufficientemente universale per stimolare dibattiti e paure. E per guizzare su tutti i media in base all’onnivalente principio di precauzione. Che un trasportatore cinese, verosimilmente dotato di mascherina, possa sbavare di soppiatto sull’imballo del tostapane recapitando il coronavirus al consumatore finale europeo è ipotesi che confligge anche con i tempi dei noli marittimi. Ma che in caso di ulteriore diffusione del morbo tra Asia, Stati Uniti ed Europa, anche le merci possano diventare vettori settici è argomento invece degno di attenzione. Il possibile contagio da merce a uomo merita quindi adeguate contromisure in tutti i centri di logistica o di recapito con consegna mittente-destinatario entro i nove giorni: quelli di vita del virus sulle superfici esterne, secondo i primi studi.

Poste italiane

Acciaio, vetro e plastica possono infatti veicolare il nemico. E anche grasso, sporcizia, umidità, situazioni non certo estranee alla circolazione delle merci, sono agenti di pericolo. Insomma, quanto basta per far drizzare le antenne ai sindacati. Francesco Arcuri (Confsalcom Emilia Romagna) attacca Poste Italiane: "Pretendiamo maggiore attenzione per i tantissimi lavoratori a contatto coi pacchi esteri al recapito e alla sportelleria col pubblico, attenzione che oggi manca". In dettaglio: "Pretendiamo piccole e doverose misure come mettere i lavoratori in condizione di lavarsi con detergenti a base di cloro o alcol", dotando poi "di guanti in lattice e mascherine" tutto il personale "sia dei centri recapito sia degli uffici ad alta densità di clientela".

Bisogna tornare indietro di 19 anni, esattamente al 2001 e ai cinque morti dopo l’11 settembre a causa di attacchi postali all’antrace (un batterio in quel caso), per riscontrare un clima di attenzione così alta al tema dei contagi maneggiando pacchi o corrispondenza. E appare altamente probabile che la sicurezza dei trasporti e delle merci possa salire ulteriormente di rango grazie alla filosofica spinta dei colossi di settore.
Addio stretta di mano. Secondo un report della scorsa settimana degli analisti finanziari di Bernstein, i giganti dell’e-commerce e delle consegne a domicilio come Alibaba, la rivale Meituan Dianping e la stessa Amazon utilizzeranno le crescenti fobie dei consumatori per spingere al massimo il servizio di consegna con droni. Insomma, l’era del trasporto antisettico è più vicina di quanto si pensi. Non a caso, in queste prime settimane di coronavirus, Alibaba e Meituan Dianping stanno lanciando un servizio di consegna in luoghi concordati senza contatto fisico con i fattorini, la cui unica colpa di entrare ogni giorno in una quantità infinita di case – o sulla porta di chi ha ordinato i pacchi – rischia di trasformarli in potenziali untori almeno nella percezione dei clienti.

Amazon

Quanto ad Amazon, il cui fatturato dipende per il 40% da forniture in arrivo dalla Cina, mostra chiaramente di temere intoppi alle consegne: nell’ultima settimana – scrive Business Insider – il marchio di Jeff Bezos ha chiesto a tutti i fornitori cinesi un aumento "addizionale" delle scorte. La parola d’ordine è riempire i magazzini, per non restare senza merci qualora l’epidemia fermasse fabbriche o trasporti.