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22 apr 2020

Coronavirus, la scoperta: occhio fonte di contagio

Studio dei ricercatori dello Spallanzani su una donna con la congiuntivite

22 apr 2020
epa08366191 A student wearing a protective face mask poses for a photograph in Cairo, Egypt, 14 April 2020 (issued 16 April 2020), during the coronavirus disease (COVID-19) pandemic. Research suggests that cloth masks, which are not as effective as surgical masks, can limit the spread of droplets.  EPA/MOHAMED HOSSAM  ATTENTION: This Image is part of a PHOTO SET
Ricerca dello Spallanzani: occhi fonte di contagio per il Coronavirus (Ansa)
epa08366191 A student wearing a protective face mask poses for a photograph in Cairo, Egypt, 14 April 2020 (issued 16 April 2020), during the coronavirus disease (COVID-19) pandemic. Research suggests that cloth masks, which are not as effective as surgical masks, can limit the spread of droplets.  EPA/MOHAMED HOSSAM  ATTENTION: This Image is part of a PHOTO SET
Ricerca dello Spallanzani: occhi fonte di contagio per il Coronavirus (Ansa)

Roma, 22 aprile 2020 – L’occhio è una potenziale fonte di contagio per il Coronavirus. E’ la conclusione a cui sono giunti i ricercatori dello ‘Spallanzani’, in uno studio pubblicato su Annals of Internal Medicine.

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Il team è partito da un tampone oculare prelevato tre giorni dopo il ricovero da una paziente positiva al virus, ricoverata nell’ospedale romano a fine gennaio. La donna presentava una congiuntivite bilaterale: da qui i ricercatori sono riusciti a isolare il virus, dimostrando così che è capace di replicarsi anche nelle congiuntive, e non solo nell’apparato respiratorio. La scoperta è stata comunicata all'Organizzazione mondiale della Sanità prima della pubblicazione.

Tamponi 'discordanti'

Altro aspetto molto significativo a cui è giunto la ricerca dello Spallanzani: i tamponi oculari possono essere positivi quando invece i campioni del distretto respiratorio non mostrano più tracce del virus: i campioni respiratori della paziente, infatti, a tre settimane dal ricovero risultavano ormai negativi, mentre il campione oculare era ancora debolmente positivo sino a 27 giorni dal ricovero.

Saranno necessari ulteriori studi per verificare fino a quando il virus continua ad essere attivo e potenzialmente infettivo nelle lacrime: va ricordato infatti che l'analisi molecolare rileva soltanto la presenza del Rna virale nel campione, e soltanto l'isolamento del virus in una coltura cellulare può evidenziare la sua capacità infettante.

"Questa ricerca dimostra che gli occhi non sono soltanto una delle porte di ingresso del virus nell'organismo, ma anche una potenziale fonte di contagio - osserva Concetta Castilletti, responsabile dell'Unità Operativa Virus Emergenti del Laboratorio di Virologia dello Spallanzani - ne deriva la necessità di un uso appropriato di dispositivi di protezione in situazioni, quali gli esami oftalmici, che si pensava potessero essere relativamente sicure rispetto ai rischi di contagio che pone questo virus". "La scoperta dei nostri ricercatori - conclude Marta Branca, direttore generale dello Spallanzani – è un altro piccolo tassello che si inserisce nel complicato puzzle di questo virus".

Rezza: "Tassello importante"

"In qualche modo è stato dimostrato che il virus 'entra ed esce' dagli occhi. Anche la stessa congiuntivite", che era già stata posta sotto l'attenzione dei ricercatori per il suo legame con il nuovo coronavirus, "deriva dal fatto che Sars-Cov-2 può entrare anche dagli occhi. Oggi con questo nuovo tassello che si aggiunge alla conoscenza del virus emerge che si può moltiplicare anche nell'epitelio congiuntivale". Così Gianni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell'Istituto superiore di sanità (Iss), commenta all'Adnkronos Salute il nuovo studio dell'Inmi Spallanzani di Roma che ha isolato il coronavirus dalla lacrime di un paziente. "E' molto importante - aggiunge - che si continui a studiare e ad approfondire la conoscenza di questo virus".

L'Iss: scarichi dell'acqua indicatori di focolai

Il materiale genetico del virus Sars-Cov-2 può essere trovato nelle acque di scarico, permettendo quindi di usare questo tipo di campionamenti come `spia' della presenza di un focolaio epidemico. Lo suggerisce uno studio condotto a Roma e Milano dal gruppo guidato da Giuseppina La Rosa del Reparto di Qualità dell'Acqua e Salute Del Dipartimento Ambiente e Salute dell'Istituto Superiore di Sanità, che sarà pubblicato a breve. "Abbiamo selezionato e analizzato per la ricerca del virus, un gruppo di 8 campioni di acque di scarico raccolti dal 3 al 28 febbraio a Milano e dal 31 marzo al 2 aprile a Roma - spiega La Rosa -. In 2 campioni raccolti nella rete fognaria della zona Occidentale e Centro-orientale di Milano è stata confermata la presenza di RNA del nuovo coronavirus. Nel caso di Roma, lo stesso risultato positivo è stato riscontrato in tutti i campioni prelevati nell'area orientale della città".

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