L'immunologo Guido Silvestri
L'immunologo Guido Silvestri

Roma, 8 aprile 2020 - Il profilo Facebook del professore Guido Silvestri è l’approdo (sicuro) di chi cerca conforto, non solo a parole, ma con dati scientifici, che la lotta contro il Coronavirus finirà bene. Silvestri, partito da Senigallia (Ancona) molti anni fa, vive e lavora negli Stati Uniti, dove ad Atlanta è professore ordinario e capo dipartimento di Patologia alla Emory University. Ieri mattina, nel suo consueto bollettino sul social, che sembra un po’ una Radio Londra riveduta e aggiornata ai tempi del morbo, ha intitolato il suo post ‘L’ottimismo che mi viene dalla conoscenza’ e si è soffermato sulla stagionalità del virus ("Si moltiplicano i segnali che Covid-19 sia meno contagioso e meno letale dove fa più caldo").
Professore, ribaltando un po’ la narrazione dominante di questi tempi, lei insiste nel dire che questo virus non ha speranze. Perché?
"Lo dico in base al fatto che non siamo nel 1918, ai tempi dell’influenza Spagnola, o nel 1348, ai tempi della Morte Nera. Siamo nel 2020 e la scienza ha a sua disposizione un arsenale di strumenti, tecnologie e potenziali terapie per le quali il virus davvero non ha nessuna speranza. Ogni giorno che passa aumenta la conoscenza del virus, della malattia e dei meccanismi patogenetici, come anche di quelli protettivi".
Ha studiato a lungo l’Hiv e ora sta studiando il SARS-CoV-2, e sostiene che tra i due virus non c’è partita. Molto più subdolo l’Hiv, perché?
"Perché l’Hiv è un virus che può nascondersi nel genoma della cellula ospite, mentre SARS-CoV-2 non ha questa capacità. Inoltre l’Hiv è molto bravo a mutare rendendosi così invisibile alla risposta immunitaria della persona infettata. Anche in questo è molto più bravo di SARS-CoV-2. Per l’Hiv non abbiamo ancora trovato né una cura definitiva, né un vaccino, dopo 35 anni. Anche in questo caso, per il SARS-Cov-2, dopo pochi mesi, la situazione, confrontandola con quella dell’Hiv, è già diversa".
La ricerca sia nel campo dei farmaci sia in quello del vaccino contro il Coronavirus, sembra far progressi. Dal suo punto di osservazione come sta procedendo l’opera di contrasto?
"Ci sono farmaci in via di studio che sono molto promettenti contro questa malattia. Abbiamo per esempio farmaci che inibiscono la replicazione del virus, e alcuni di questi sono in studio clinico con risultati interessanti. Poi abbiamo farmaci che inibiscono alcuni aspetti ‘esagerati’ della risposta immunitaria, e anche questi sembra che siano sulla strada giusta. Insomma, anche da questo versante ci sono ottime ragioni per essere ottimisti".
E si riescono a gestire e a curare, allo stato attuale, le complicanze più pericolose derivate dal virus?
"Anche qui si sta imparando molto, non c’è dubbio. Bisogna evitare il sovraccarico delle strutture ospedaliere, per trattare i casi più severi nel modo migliore possibile. Questo può ridurre la mortalità in modo importante".
Presto per parlarne, certo, ma se dovesse arrivare una seconda ondata, saremo pronti ad affrontarla o quanto meno, forti di quest’esperienza, come dovremmo gestirla?
"Credo che sarà fondamentale mettersi fin d’adesso nelle condizioni di gestire al meglio la transizione dalla fase attuale della pandemia a quella della cosiddetta endemia. Per questo sarà importante monitorare sia possibili nuovi casi con i test virologici sia l’immunità nella popolazione con i test sierologici. Una cosa essenziale sarà avere la capacità di fare questi test in tempo reale, in campioni sufficientemente alti, e in modo capillare sul territorio".
La scienza trionferà?
"Assolutamente sì. Alla faccia di tutti i ciarlatani, spacciatori di fake news e di chi, prima di questa pandemia berciava sui ‘pericoli dello scientismo’ e ora se la fa addosso per paura del virus".


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