Ventotto morti, 180 casi di positività al Coronavirus, 100 ricoverati (molti in terapia intensiva) in un quadrato da 10mila persone isolato per 21 giorni dal resto del mondo non valgono una (vera) zona rossa. O meglio: non danno diritto ai lavoratori – costretti da chi li governa a stare a casa e a non poter muoversi nemmeno in tutto il territorio del Comune di residenza – di maturare per quel periodo di inattività forzata la 'giustificazione' da Covid, una sorta di malattia. Dovranno segnarsi in ferie, e tanti saluti alle vacanze estive. Accade a Medicina, nel Bolognese. E accade perché l’istituzione di quella zona rossa la firmò...

Ventotto morti, 180 casi di positività al Coronavirus, 100 ricoverati (molti in terapia intensiva) in un quadrato da 10mila persone isolato per 21 giorni dal resto del mondo non valgono una (vera) zona rossa. O meglio: non danno diritto ai lavoratori – costretti da chi li governa a stare a casa e a non poter muoversi nemmeno in tutto il territorio del Comune di residenza – di maturare per quel periodo di inattività forzata la 'giustificazione' da Covid, una sorta di malattia. Dovranno segnarsi in ferie, e tanti saluti alle vacanze estive. Accade a Medicina, nel Bolognese. E accade perché l’istituzione di quella zona rossa la firmò la Regione Emilia-Romagna e non il Governo. Il Pd ha cercato di fare inserire un emendamento al Dl Rilancio, ma tutto è saltato, dopo settimane di pressing. E, se dovesse cambiare qualcosa entro fine luglio, l’operatività del provvedimento arriverebbe comunque non prima di ottobre.

Riavvolgiamo il nastro. Siamo al 15 marzo: da una settimana le vittime di un focolaio nato durante una polentata e divampato in un paese di bocce, bar e corali si moltiplicano. Roma però da tempo non risponde, né alle sollecitazioni del governatore Stefano Bonaccini, né alle relazioni dell’Ausl competente (quella di Imola) e delle Malattie infettive del policlinico Sant’Orsola. Sono gli stessi giorni delle polemiche di Bergamo, dove invece le istituzioni stanno ferme in attesa di provvedimenti ‘centrali’ e per cui ora indaga la magistratura. Bonaccini non si arrende e, nel cuore della notte, sentito il ministro della Salute Roberto Speranza, chiude il paese: una decisione che si rivelerà decisiva, visto che l’area metropolitana bolognese (un milione di abitanti) sarà tra quelle meno intaccate dal Covid. Non solo: il 4 aprile, quando termina la zona rossa, è lo stesso Speranza a firmare una nuova ordinanza insieme con la Regione.

Ma quella firma non vale nulla. Perché i lavoratori di Medicina sono di serie B rispetto a quelli di Vo’ Euganeo, Codogno e Bassa Lodigiana (le prime zone rosse governative), ma anche rispetto a quelli di Parma, Piacenza, Rimini, Reggio Emilia, Modena, Pesaro e parte del Piemonte. Eppure persino il premier Giuseppe Conte aveva spiegato come le Regioni potessero istituire zone rosse "come previsto dall’articolo 32 della legge 23 dicembre 1978 n.833".

"È un segno di poca attenzione del Governo", dice il sindaco Matteo Montanari. In ballo ci sono alcune centinaia di lavoratori: "Chiederò un incontro e un chiarimento al Governo, perché così diventa complicato immaginare la ripartenza", tuona Bonaccini, ora nel mirino della Lega per la scelta della chiusura. Mentre per i consiglieri regionali dem Giuseppe Paruolo e Marcella Zappaterra è assurdo che "l’Inps non abbia finora riconosciuto a tali lavoratori la giustificazione dell’assenza con motivazione analoga a quella consentita ai cittadini residenti nelle zone rosse". Un vero cortocircuito per il Pd, 'tradito' dal governo (presunto) amico. "L’ennesima beffa – ragiona Annamaria Bernini, presidente ddei senatori di FI –. Quello a cui stiamo assistendo ha dell’incredibile, del surreale". Ironia della sorte: da alcuni giorni Medicina è libera dal virus, senza nemmeno un caso attivo.