Preoccupazione nelle scuole, soprattutto per i rientri in Italia dei giovani cinesi (Ansa)
Preoccupazione nelle scuole, soprattutto per i rientri in Italia dei giovani cinesi (Ansa)

Roma, 31 gennaio 2020 - La febbre cinese contagia le scuole. Il preside del conservatorio Santa Cecilia di Roma si è consultato con l’ambasciata e poi ha messo in quarantena tutti i ragazzi orientali perché "in una stanza dove si fa lezione ci sono un docente e 10 studenti che lavorano insieme per sei ore cantandosi in faccia". E mercoledì tutti dal medico. 
Al Mascagni di Prato, che conta il 70% di stranieri – la città con Milano e Roma è tra le comunità cinesi più forti – un gruppo di genitori in ansia ha scritto alla dirigente scolastica. Lei si è rivolta all’Asl che ha rassicurato tutti. E lo stesso ha fatto l’Ats – Agenzia tutela salute – del capoluogo lombardo. Tutto questo accadeva prima della rivelazione serale di Conte sui due casi di Coronavirus accertati a Roma. A Canda, mille abitanti nel Rodigino, il sindaco civico ha dovuto fronteggiare la protesta delle famiglie italiane, che via chat hanno minacciato di non mandare i figli a scuola, per paura di due fratellini tornati dalla Cina. I bimbi sono rimasti in quarantena tre giorni e sono rientrati in classe ieri.

Proprio mentre il ministero dell’Istruzione lavora a una circolare per dettare finalmente una linea - "troppo tardi", accusa Mario Rusconi, che guida l’associazione nazionale presidi del Lazio –, a scuola dilagano ansia e psicosi. Rusconi rivela di aver ricevuto decine di segnalazioni dai colleghi – "abbiamo due chat di 256 e 150 presidi" – e si aspetta misure rigorose dal ministero. 

"Il problema – osserva – sono gli studenti che stanno tornando dalla Cina. Finalmente arrivano le indicazioni alle scuole su come comportarsi, grazie anche alle nostre battaglie. Un collega è stato chiamato da un padre cinese. Gli ha detto che terrà a casa per 14 giorni i figli che oggi rientreranno in Italia. Mi sembra molto responsabile. Le autorità dovrebbero fare lo stesso. Pericoloso lasciare tutto al fai da te. Se ogni scuola si regola come vuole, chiaro che si sparge il panico. E soprattutto si diffonde il contenzioso. Un genitore è autorizzato a chiedere: perché là non fanno entrare e qua invece sì? Ricordo che l’incubazione del virus è di 14 giorni".

Però il presidente nazionale Anp, Antonello Giannelli, detta una linea prudente: "Mi sembra difficilmente ipotizzabile la messa in quarantena dei bimbi che tornano dalla Cina. Suggerirei la massima tranquillità. Piuttosto sarebbe il caso di riflettere sui vaccini tanto contestati. In questo caso l’antidoto non c’è. Se ci fosse, correrebbero tutti".

A Canda l’isolamento per due fratellini cinesi è durato dal lunedì al mercoledì. Il sindaco Alessandro Berta, imprenditore, si è inventato da zero un metodo, evitando il muro contro muro. Risultato: "I bimbi, nati in Italia, sono tornati a scuola. La protesta è rientrata". Ammette: "Vero, nessuno sapeva come comportarsi. Domenica il preside mi ha chiamato per avvisarmi che un gruppo di famiglie via chat aveva minacciato di tenere i figli a casa, per paura del virus. Mi ha chiesto: sindaco, ma cosa devo fare io? Non c’erano indicazioni. Allora mi sono consultato con prefettura e Asl. Abbiamo deciso di mettere in quarantena i fratellini. Poi il pediatra li ha visitati. Mercoledì è arrivato il certificato. Nessun allarme, il giorno dopo sono tornati in classe. È stata una decisione saggia e super ponderata. Li conosco, sono andato a casa loro, persone integrate che hanno capito benissimo. La mamma si è solo raccomandata: non voglio che i miei figli subiscano discriminazioni". 

Tensioni anche a Prato. "I genitori mi hanno chiesto di interpellare le autorità sanitarie, erano molto preoccupati per via dell’estrema mobilità degli studenti cinesi – spiega Claudia Del Pace, dirigente dell’istituto comprensivo Mascagni –. Oggi sono più agitate le famiglie cinesi".