Angelo Vavassori, 53 anni, accolto a casa da moglie e figli come un eroe
Angelo Vavassori, 53 anni, accolto a casa da moglie e figli come un eroe

Bergamo, 21 marzo 2020 - "Ho lasciato il mio posto in ospedale a chi ne aveva più bisogno di me, a una moltitudine di persone che arrivano tutti i giorni. Ero avviato alla guarigione. Naturalmente mi sono accordato con i medici che mi avevano curato nel reparto di gastroenterologia trasformato in pneumologia-Covid. Sono tornato a casa". Angelo Vavassori, 53 anni, medico rianimatore all’ospedale Papa Giovannni XXIII di Bergamo, trascorre un’altra giornata nel suo lento, progressivo affrancamento dal Coronavirus Covid-19. Una giornata dolcissima iniziata con la torta di mele servita a letto ai due dei quattro figli, i gemelli Ilaria e Federico, che compivano quindici anni.

Com’è nata l’idea di fare spazio per un altro ricoverato?
"Ogni momento che trascorrevo in ospedale mi rendevo conto di una emergenza sempre più drammatica. Il mio compagno di camera stava per finire la degenza. Verso le nove di sera lo hanno trasferito con una tale urgenza che non ha nemmeno potuto finire la cena. Il suo posto è stato preso da un paziente con il casco CPAP, quello che avevano messo anche a me quando non respiravo. Si era in totale emergenza. Il Papa Giovanni era saturo. Gli operatori si incoraggiavano fra di loro: ‘Dai, veloci’. Mi hanno raccontato di avere chiamato un meccanico per riattivare ambulanze dismesse da anni".

È stato allora che ha avuto consapevolezza del dramma?
"Avevo colto dei segnali anche prima. Vedevo passare medici che non avrebbero dovuto c’entrare né con il reparto né con la patologia da curare, tre cardiologi, due chirurghi vascolari, un chirurgo generale. Ho visto un chirurgo vascolare in pensione da 4 anni. Avevo ancora tosse e la polmonite era in corso. La saturazione dell’ossigeno nel sangue era al 98%, a posto. Ho parlato con una pneumologa: ‘Come respiro qui, posso respirare anche a casa’. Mi ha accompagnato un’infermiera. Dal Papa Giovanni a Treviolo ci sono un chilometro e quattrocento metri: il deserto".

Il momento del ritorno a casa.
"Il pensiero di mia moglie e dei miei figli non mi aveva mai lasciato. ‘Se li ho contagiati, se perdo uno di loro, come posso vivere? E se non dovessi rivederli più?’. Lorenzo, Ilaria, Federico e Safiria avevano preparato un cartello con scritto ‘bentornato’ e pensieri come ’sei il nostro eroe’, ’Finalmente puoi tornare a praticare il tuo vizio che è quello di darci tanti baci’. Per dieci minuti siamo stati una sola fontana di lacrime. Silenzio assoluto, ma era un boato di emozioni".

Ha già allineato i ricordi?
"Il buio, la paura, il pensiero della morte. Il sole. Anche se il sole era soprattutto nel sorriso delle infermiere. La processione dei colleghi. Il dottor Pietro Valastro mi ha fatto un gesto a metà fra la carezza e lo scuotermi la testa. Ne avevo bisogno. Mia moglie, i miei figli, i genitori, quella figura fantastica che è mio fratello. Mia madre riusciva a inviarmi ogni giorno una immagine del Santo Crocifisso di Telgate, il paese della mia famiglia, con una frase sempre diversa. Uno dei primi pensieri è stato per lei. Una frase da ‘I fratelli Karamazov’ di Dostoevskij: la madre che si è fatta latte per la nostra fame, medico per i nostri malanni e ci ha condotto per mano insegnandoci a fare i primi passi".