di Pierfrancesco De Robertis Conte vuol far presto, in modo da legare la verifica di governo al voto per la Legge di Bilancio previsto per il 28 dicembre. Il premier teme che, una volta assicurato il via libera alla Finanziaria e scongiurato l’esercizio provvisorio, possa essere più facile per qualcuno – uno a caso, Renzi – dargli il benservito. Nelle sue intenzioni, sarà questa la settimana in cui mettere gli alleati intorno al tavolo per capire le intenzioni e gli obiettivi di ognuno. Ma non sarà facile per lui stringere i tempi, e nessuno degli altri vuole concedere al premier un vantaggio tattico così significativo. È quindi più apparente che reale la manovra di frenata collettiva, in particolare del Pd e dell’area Di Maio, partita ieri evocando le elezioni dopo un’eventuale...

di Pierfrancesco

De Robertis

Conte vuol far presto, in modo da legare la verifica di governo al voto per la Legge di Bilancio previsto per il 28 dicembre. Il premier teme che, una volta assicurato il via libera alla Finanziaria e scongiurato l’esercizio provvisorio, possa essere più facile per qualcuno – uno a caso, Renzi – dargli il benservito.

Nelle sue intenzioni, sarà questa la settimana in cui mettere gli alleati intorno al tavolo per capire le intenzioni e gli obiettivi di ognuno. Ma non sarà facile per lui stringere i tempi, e nessuno degli altri vuole concedere al premier un vantaggio tattico così significativo.

È quindi più apparente che reale la manovra di frenata collettiva, in particolare del Pd e dell’area Di Maio, partita ieri evocando le elezioni dopo un’eventuale crisi (il modo migliore per cristallizzare la situazione) o escludendo qualsiasi ipotesi di rimpasto.

Tutti sanno, infatti, che la crisi scoppiata nella scorsa settimana non si è per nulla risolta e i motivi del contendere sono ancora lì. Più che una frenata, le prese di posizioni di alcuni democratici sono state quindi un modo per prendere tempo, scavallare la legge di Bilancio e riparlarne ad anno nuovo.

Non basta al premier aver mostrato la disponibilità di venire a più miti consigli sulla cabina di regia del Recovery fund, sui servizi segreti e sul cambio di qualche ministro, visto che la messa in discussione della sua guida era legata solo in parte al merito dei dossier sollevati, quanto piuttosto all’eccessivo rafforzarsi (agli occhi di tutti gli altri) della sua figura. Nessuno era, in sostanza, disposto a portare acqua a un nascente partito di Conte, come andava profilandosi, da costruirsi intorno alle figure poste ai vertici delle task force, ai rapporti da questi creatisi nella complessa operazione di gestione dei fondi e agli occhi compiacenti di apparati dello Stato nominati in solitaria dell’avvocato del popolo.

Ecco spiegato lo stop arrivato alcuni giorni fa da Renzi ma che ha trovato ampi consensi, o forse mandanti, nel Pd e anche in alcuni ambienti grillini. Conte, che è uomo di mondo, ha capito al volo il significato del cartellino giallo sventolatosi dai suoi alleati-avversari e ha presentato le proprie condizioni per la tregua. Accettando per esempio quella verifica e quel rimpasto di fronte al quale, solo dieci giorni fa, aveva detto di "rabbrividire".

Ieri Zingaretti ha raccontato di non volere "una crisi al buio", un modo come un altro per dire che a certe condizioni il Pd è disposto a sostenere ancora Conte; i renziani hanno spiegato, sempre ieri, che dopo le elezioni "non ci sarà per forza il voto": anche questo una modalità, stavolta diretta, per chiedere che venga aperta una vera e propria crisi di governo dagli esiti incerti. Che, nelle intenzioni di Renzi, si dovrebbe concludere con la sostituzione di Conte.

Quello è l’obiettivo massimo, e c’è però da capire quali sono i punti di caduta intermedi che l’ex sindaco di Firenze è disposto ad accettare. Dopo le sparate internazionali dei giorni scorsi, difficile che Renzi si accontenti di un cambio di qualche ministro. Pena il ritagliarsi la parte sgradita dell’eterno ’pierino’ sempre pronto ad agitarsi più per distruggere che per costruire. Parte che, al di là del merito delle singole doglianze, è sempre piuttosto difficile da digerire per l’opinione pubblica, ma assolutamente indigesta in tempi di pandemia, quando la gente apprezza soprattutto la responsabilità. Ed è soprattutto con Renzi che, nei giorni prossimi, dovrà fare i conti. È lui la testa d’ariete di altri che nel Pd ne temono l’espansionismo.

Siamo comunque ancora ai preamboli della crisi, in una fase dominata da spregiudicati tatticismi. Ad eccezione di Italia viva, dove a comandare sono in due, negli altri partiti le posizioni dei singoli sono molteplici e si accavallano. Ognuno fa la sua partita, sospeso tra mire quirinalizie, ministeriali o di semplice mantenimento dello status quo. Non finirà tanto presto.