La ’mossa’ arriva all’ora di cena: prima Recovery plan e decreto ristori, poi patto di legislatura e rimpasto. Alla fine, Conte sembra cedere alle insistenze del Pd, che da giorni premeva perché imboccasse questa strada, ma anche ai consigli del Colle che, a più riprese, nell’ultima settimana, gli ha suggerito di esperire ogni tentativo per raggiungere un’intesa di maggioranza tale da consentire una crisi pilotata. Con un lungo post su Facebook arriva la risposta del premier: la stella polare resta il piano vaccini ("siamo primi in Europa") per un paese "sfibrato dalla pandemia" e la cui "tenuta é a rischio". Dopo aver tratteggiato un quadro a tinte fosche della situazione,...

La ’mossa’ arriva all’ora di cena: prima Recovery plan e decreto ristori, poi patto di legislatura e rimpasto. Alla fine, Conte sembra cedere alle insistenze del Pd, che da giorni premeva perché imboccasse questa strada, ma anche ai consigli del Colle che, a più riprese, nell’ultima settimana, gli ha suggerito di esperire ogni tentativo per raggiungere un’intesa di maggioranza tale da consentire una crisi pilotata.

Con un lungo post su Facebook arriva la risposta del premier: la stella polare resta il piano vaccini ("siamo primi in Europa") per un paese "sfibrato dalla pandemia" e la cui "tenuta é a rischio". Dopo aver tratteggiato un quadro a tinte fosche della situazione, sottolineando "l’impazienza" di lavorare per migliorarla, annuncia che la prossima settimana (tra martedì e mercoledì) arriverà in Cdm non solo un Recovery plan "patrimonio di tutta l’Italia", ma anche un nuovo scostamento di bilancio per finanziare un altro decreto ristori. I democratici si dicono soddisfatti: la sincronia della pubblicazione del post con gli appelli di Franceschini e Delrio al "buonsenso" evitando la crisi e scrivendo un "nuovo patto di governo" fanno capire come la strategia fosse studiata. Molto meno contenta Italia viva: "Non dice nulla di interessante, anzi nulla in assoluto", commentano gli ufficiali renziani prima dell’inizio dell’assemblea notturna dei gruppi dove Matteo ripete: "Il governo acceleri o non ha senso starci. Ci dia il piano, poi faccia il Cdm. Se non ci soddisfa, siamo pronti a tutto: dal Conte ter ad andare all’opposizione. Non daremo l’Italia ai sovranisti". La platea approva la linea, e ringrazia Bellanova e Bonetti "per la libertà" con cui stanno al governo.

Il problema è che la tabella di marcia indicata dal premier non differisce da quella illustrata venerdì: prima il semaforo verde sul Recovery, poi si parlerà del resto. Conte non ha rinunciato all’idea di affrontare Renzi in aula, qualora IV votasse contro la bozza nel Cdm o facesse comunque dimettere le sue ministre. A quel punto, potrebbe evitare la conta, come chiede il Pd, per rimettere il mandato con la garanzia di un blocco Pd-M5s-LeU a favore del reincarico, oppure tentare l’azzardo di una sfida all’ultimo senatore. Una strada che renderebbe più probabili le elezioni anticipate. E qui si nasconde uno dei principali non detti: se disarcionato, Conte avrebbe tutto l’interesse ad elezioni anticipate, che lo imporrebbero come capo del M5s e come candidato premier della coalizione. La pressione del Pd aveva anche l’obiettivo di stanare Conte rendendogli più difficile la via delle urne. Il premier si è divincolato: il post lascia aperta ogni opzione, facendo risaltare pure la sua contrarietà a dimissioni per dar vita a un Conte ter: "Fino all’ultimo lavorerò per il bene comune".

Non basta: a spingerlo ancor di più verso l’ordalia parlamentare sono i grillini. L’ala vicina a Di Maio era stata a lungo attratta, pur non potendolo confessare, dall’ipotesi di sacrificare il premier per evitare il voto anticipato. Ma dopo l’insistenza di IV su temi indigeribili come Mes e Ponte sullo stretto e la rivolta interna ai pentastellati, ogni tentazione è stata fugata. Esemplare il comunicato di Crimi: "Il paese non può permettersi un nuovo esecutivo". Cui fa da pendant una nota del Movimento: "Nessun esponente 5s al governo è sacrificabile". Una posizione, come quella di LeU, che spinge in direzione di una prova di forza che il Pd ora subisce, ma in realtà non gradisce.