La protesta dei senatori della Lega contro l’approvazione dei nuovi decreti sicurezza e immigrazione
La protesta dei senatori della Lega contro l’approvazione dei nuovi decreti sicurezza e immigrazione
di Ettore Maria Colombo Meno male che la Lega c’è. Una maggioranza di governo piegata e scossa da venti di crisi e minacce di dimissioni, si ricompatta grazie all’indegna gazzarra leghista messa in campo in occasione dell’approvazione definitiva al Senato dei decreti immigrazione Lamorgese. Il provvedimento passa bene, nei numeri (153 sì, 2 no, 4 astenuti), ma in Aula succede di tutto. Giovedì, l’occupazione dei banchi del governo con il ministro Federico D’Incà strattonato e circondato da leghisti ululanti. Ieri, la protesta della Lega è tracimata nello scontro fisico. Il senatore questore...

di Ettore Maria Colombo

Meno male che la Lega c’è. Una maggioranza di governo piegata e scossa da venti di crisi e minacce di dimissioni, si ricompatta grazie all’indegna gazzarra leghista messa in campo in occasione dell’approvazione definitiva al Senato dei decreti immigrazione Lamorgese. Il provvedimento passa bene, nei numeri (153 sì, 2 no, 4 astenuti), ma in Aula succede di tutto. Giovedì, l’occupazione dei banchi del governo con il ministro Federico D’Incà strattonato e circondato da leghisti ululanti.

Ieri, la protesta della Lega è tracimata nello scontro fisico. Il senatore questore Antonio De Poli (Udc), chiamato a intervenire dalla presidente Casellati per riportare la calma, al termine delle dichiarazioni di voto sulla fiducia, finisce in infermeria come un assistente parlamentare, dove ancora giace la capogruppo del Misto, Loredana De Petris. Oltre ai toni forti, non è mancato l’aspetto folkloristico: cartelli, striscioni, fischietti. Anche il vicepresidente di turno, il leghista Roberto Calderoli, a un tratto perde la calma: "Basta con questa storia dei fischietti".

Al termine delle dichiarazioni di voto (Salvini annuncia che chiederà un referendum abrogativo), i tumulti riesplodono. Dalle balconate qualcuno srotola un lungo striscione bianco con scritto "Siete senza vergogna", in Aula idem.

La presidente Casellati sospende la seduta e convocato la conferenza dei capigruppo. La maggioranza ora chiede provvedimenti duri. Marcucci paragona i fatti odierni al piglio delle squadracce fasciste e anche Renzi parla di "sceneggiate vergognose". Ecco, appunto, Renzi.

A che punto è la crisi di governo? Siamo al day after del faccia a faccia tra Conte e Renzi, ma il fatto che non ci sia stato il tanto temuto strappo non viene interpretato come uno scampato pericolo, da nessuno. Solo il buon Vito Crimi (M5s) fa finta di crederci: "Non ho visto ultimatum, anzi rispetto a chissà quali richieste e condizioni che sembrava fossero messe sul tavolo, ce ne sono di buonsenso e condivisibili".

Il guaio è che Renzi va avanti come un treno: "La palla è totalmente nelle mani del presidente del Consiglio. Se si pensa di continuare come si è fatto negli ultimi mesi, salutiamo tutti e togliamo il disturbo", ribadisce anche ieri. La dead line che tutti i renziani indicano è quella della prima settimana di gennaio, dal 4 al 10, quando è stato già di fatto fissato il vertice tra i big e i partiti della maggioranza. Da escludere che la crisi deflagri mentre è in corso di approvazione la manovra (2728 dicembre), ma l’opzione di ritirare la delegazione di Iv dal governo è ancora una pistola carica e sul tavolo.

Mentre Conte e Renzi giocano al gatto col topo, Zingaretti è sul punto di una (comprensibile) crisi di nervi: "Non si può gestire la sfida che abbiamo davanti dentro la miopia di egoismi per cui tutti sono bravissimi ad alzare il dito e segnalare i problemi e pochi si cimentano con la complessità dei problemi. Basta con le parole, le contrapposizioni e le furbizie". Chi lo ascolterà?