di Stefano Brogioni Questo processo avrebbe dovuto morire assieme al suo unico imputato, il 14 maggio del 2019. Quel giorno, infatti, Marco Nardini, fiorentino, classe 1966, è prematuramente deceduto. La morte del reo prima della condanna è una delle cause di estinzione del reato, ma in tribunale a Firenze nessuno accertò. E così, sei mesi più tardi, la corte d’appello convocò Nardini per il secondo grado del giudizio di un vecchio processo che lo vedeva accusato di peculato. E lo condannò...

di Stefano Brogioni

Questo processo avrebbe dovuto morire assieme al suo unico imputato, il 14 maggio del 2019. Quel giorno, infatti, Marco Nardini, fiorentino, classe 1966, è prematuramente deceduto. La morte del reo prima della condanna è una delle cause di estinzione del reato, ma in tribunale a Firenze nessuno accertò. E così, sei mesi più tardi, la corte d’appello convocò Nardini per il secondo grado del giudizio di un vecchio processo che lo vedeva accusato di peculato. E lo condannò pure, aumentandogli fino a 2 anni e 2 mesi la pena inflittagli dal gup nel 2012. In questi giorni, la macchina della giustizia ha mosso un altro passo, verso il condannato da morto: gli ha notificato l’esecuzione della pena. Nardini ha diritto a misure alternative al carcere, tipo i domiciliari o l’affidamento in prova ai servizi sociali. Ma bisogna che presenti un’istanza di ammissione alla detenzione alternativa, altrimenti – ammonisce l’atto firmato dalla procura generale del capoluogo toscano – "l’esecuzione della pena avrà corso immediato". I giudici intimano anche ai carabinieri, qualora la notifica al diretto interessato non vada in porto, "ricerche del condannato da effettuarsi con urgenza".

L’avvocato Giovanni Marchese, legale di Nardini e storico difensore di alcune vittime del Forteto, scherza, ma non troppo: "Adesso mi aspetto l’ordine di carcerazione". All’udienza del processo d’appello, dopo che i giudici avevano letto la sentenza, informò di aver appreso, da un amico comune, che l’imputato era venuto a mancare qualche mese prima. Ma nonostante l’informazione, la macchina della giustizia non ha fatto in tempo a frenare e mettere la marcia indietro. Fino al paradosso.

Nardini e l’avvocato si erano conosciuti sui campi di calcio frequentati dal figlio del legale. Un giorno, l’uomo, che nel tempo libero faceva il custode di un impianto sportivo, lo cercò per parlargli di un processo che incombeva su di lui.

Da amministratore di fatto di un’agenzia di pratiche auto, si sarebbe trattenuto i soldi dei bolli che avrebbe dovuto versare all’Aci. In abbreviato, il gup David Monti lo condannò a un anno e quattro mesi. La condanna fu impugnata sia dal difensore, che dalla procura generale. Quest’ultima riteneva troppo bassa la pena inflitta. Qualche giorno prima dell’udienza, Marchese cercò il suo cliente. Insospettito, perché la convocazione per l’udienza era stata recapitata solo a lui. Nardini era irreperibile al suo ultimo domicilio. E nessuno è mai andato a cercarlo al campo santo.