Matteo Massi Quattro milioni e mezzo davanti alla tv, l’altra sera, per rivederla. Ancora un’ultima volta, nel giorno in cui se ne è andata per sempre. Proprio come un tempo, quando ci si metteva davanti al televisore, nell’attesa che si alzasse il sipario del teatro delle Vittorie, in Roma. Merito di “Techetechetè“ (siano lodate le teche Rai). Per un omaggio doveroso alla Carrà. Raffaella era come se fosse una...

Matteo

Massi

Quattro milioni e mezzo davanti alla tv, l’altra sera, per rivederla. Ancora un’ultima volta, nel giorno in cui se ne è andata per sempre. Proprio come un tempo, quando ci si metteva davanti al televisore, nell’attesa che si alzasse il sipario del teatro delle Vittorie, in Roma. Merito di “Techetechetè“ (siano lodate le teche Rai). Per un omaggio doveroso alla Carrà. Raffaella era come se fosse una di casa, perché incarnava i nostri sabato sera. Quando l’immaginazione dei Falqui, dei Cesarini da Senigallia, andava al potere e finiva in prima serata. È solo l’effetto nostalgia per una tv che non c’è più e che sarebbe irriproducibile ora, in cui il rischio non è ammesso, se non si fa un preventivo (minimo) di ascolti per tenere su la baracca? Probabilmente non è solo questo.

L’Italia del varietà era decisamente migliore di quella di ora. Quanto meno nel coraggio di rischiare. Di osare, spesso, l’inosabile. Era tutto uno sperimentare, senza la necessità di scopiazzare fuori dal Paese, senza finire ostaggio di un format riproducibile all’infinito. Ma senza un’anima. Antonello Falqui, tra i tanti aneddoti di quella stagione magnifica, raccontava spesso di quando si ritrovò in mezzo al palco, durante le prove, una gigantesca vasca da bagno. Il giorno prima aveva solo detto che per quella “Canzonissima“ gli sarebbe piaciuto vedere Mina ballare un Charleston in una vasca con una bottiglia che versava champagne ininterrottamente. Accontentato. Era la televisione in cui la stessa Mina e Battisti potevano duettare e farla sembrare una cosa naturale: 49 anni fa al “Teatro 10“, scaletta rifinita in treno, da Milano a Roma. Il monologo di Toni Servillo, nel film di debutto di Sorrentino “L’uomo in più“, restituisce il senso di quell’epoca: "Io me li ricordo i microfoni a giraffa. Mi ricordo Mina, Walter Chiari, Alberto Lupo. Alberto? Alberto schiattava dalle risate quando era con me". Non avevamo scelta davanti al televisore, ma ci bastava quel senso di comunione. Che negli anni a venire avremmo provato solo con le partite della nostra nazionale e con Sanremo.