Roberto

Pazzi

Per gli antichi le origini del Nilo, questa divinità fluviale che assicurava la fertilità del deserto agli egiziani, erano nascoste in cielo. Nessuno le aveva mai viste, ma tutti godevano delle sue acque.

Il mito delle origini divine del Nilo significava, nella sapienza antica affidata alla poesia, che la pienezza della felicità risiede nello spazio e nel tempo da cui siamo partiti. Dal quale crescendo siamo deietti, espulsi come dal ventre caldo e protettivo della madre, quasi il naturale corso delle cose fosse la decadenza dalla perfezione e poi la vita scorresse nella nostalgia, quest’inesausta aspirazione al ritorno a Itaca, che trova in Ulisse, "bello di fama e di sventura", l’eroe più caro. Anche più amato di Achille.

Viviamo nella costante speranza di poter bere di nuovo un sorso di quella felicità delle origini, pur sapendo che tutto scorre e non sarà possibile. E non perché il paese abbandonato delle origini sia tanto mutato, ma perché siamo mutati noi. E non è forse il mito cristiano del paradiso perduto carico dello stesso significato di quello pagano del Nilo? L’originaria innocenza e l’originario peccato sono il punto di partenza dell’avventura umana, con il Bene e il Male avvolti nel volume del tempo che svolgendosi ci fa mordere ogni giorno di più da quel duello. Arrivato a Itaca poi "se la trovi povera, Itaca non ti ha illuso", il grande Kavafis insegna che "ti ha donato il bel viaggio senza di lei non ti mettevi in via".