In quel lontano inverno di mistero e di neve tardiva non era facile trovare una cartolina del paese con l’immagine della frazione di Montroz, lungo la via che da Cogne sale a Gimillan. Turisti e curiosi le comperavano per spedire un pensiero agli amici, ma prima di imbucarle indicavano con una freccetta la baita dove stava la famiglia di Annamaria Franzoni. "È successo lì", scriveva qualcuno accanto ai saluti e alla firma. Altri salivano al borghetto per un selfie con lo sfondo della villetta o per un filmato col telefonino, prima e ultima immagine il cartello stradale di Cogne e, in mezzo, lo chalet ripreso di lato e...

In quel lontano inverno di mistero e di neve tardiva non era facile trovare una cartolina del paese con l’immagine della frazione di Montroz, lungo la via che da Cogne sale a Gimillan. Turisti e curiosi le comperavano per spedire un pensiero agli amici, ma prima di imbucarle indicavano con una freccetta la baita dove stava la famiglia di Annamaria Franzoni. "È successo lì", scriveva qualcuno accanto ai saluti e alla firma. Altri salivano al borghetto per un selfie con lo sfondo della villetta o per un filmato col telefonino, prima e ultima immagine il cartello stradale di Cogne e, in mezzo, lo chalet ripreso di lato e dall’alto. "Con questo sistema, quando rientro, posso raccontare meglio cos’è successo", spiegavano convinti.

Bella e panoramica, la casa d’inverno di Annamaria e di Stefano Lorenzi viene offerta, adesso, al miglior offerente con una base d’asta di 800 mila euro, ‘strascico’ del pignoramento per il contenzioso sulla parcella non saldata all’avvocato Carlo Taormina, allora difensore della donna. Così quasi vent’anni dopo, tra denunce, ricorsi e carte bollate, torna improvvisamente all’attualità la baita sul monte affacciata su uno splendido scenario di boschi e di vette, con la lastra imponente del Gran Paradiso e del ghiacciaio della Tribolazione, laggiù. La casa riposava in un’alba senza voci e senza passi anche il 30 gennaio 2002, ma al primo tenue chiarore si trasformò nel set per un massacro: quello di Samuele Lorenzi, ucciso a tre anni a colpi di chissà cosa, da un’arma assassina. "La impugnava la madre", hanno stabilito i giudici. "Sono innocente", ha ribadito ogni volta la Franzoni.

La neve, in quell’alba di morte, cadde su Cogne solo tre giorni dopo l’omicidio e la sua inconsueta assenza, visto il periodo, contribuì a caricare la vicenda di torbide sfumature gialle. "Se fosse arrivata prima si sarebbero potute valutare le orme", disse un investigatore. Gli indizi e le prove, quindi, andavano cercate quasi soltanto tra i misteri della baita. E in quelle stanze e tutt’intorno frugarono a lungo con l’occhio di sofisticate apparecchiature gli uomini del Ris di Parma, in completa tenuta bianca, che al calar della notte parevano fantasmi in cauta circospezione. Cercavano tracce sul letto, lungo i gradini, nei bagni, sul pianerottolo e nelle cantine, un mestolo e un altro attrezzo assassino. E sempre in quelle stanze la Franzoni ricostruì l’ultimo mattino del suo bimbo.

"Sono uscita che dormiva, ho accompagnato l’altro figlio allo scuolabus e, al rientro, Samuele era moribondo", raccontò. Davvero era andata così? In paese si allungavano i silenzi di chi sospetta e non parla e i commenti dei turisti in volo tra le ipotesi: "È stato un uccello rapace", "No, un uomo giù di mente", "Macché: si tratta di vendetta". Il ‘commissario Maigret’, e cioè il capo della polizia di Parigi in vacanza a Cogne dopo un rapido sopralluogo stabilì: "La verità va cercata tra quelle mura". Il tempo ha sbiadito le immagini, la Franzoni è tornata a Cogne un paio di volte e adesso la casa sul monte finisce all’asta: chi offre di più si aggiudica una panoramica dimora, tragico monumento sulla fine di un bambino.