Monitoraggio dei ghiacciai (Anp)
Monitoraggio dei ghiacciai (Anp)

L’ondata di calore che sta colpendo il Canada orientale è la riprova che i cambiamenti climatici non sono un evento del lontano futuro, ma un fenomeno in atto già oggi. A fornirne una ulteriore prova è il rapporto del Sistema nazionale di protezione ambientale (Snpa) sugli indicatori di impatto dei cambiamenti climatici, pubblicato ieri dall’Ispra: ambiente alpino, mari, colture e biodiversità sono le aree che già oggi soffrono. “A livello nazionale – si osserva – gli impatti del cambiamento climatico rischiano di essere amplificati in termini sia di pericolosità sia di vulnerabilità. L’area mediterranea e quella alpina rappresentano infatti due hot-spot dei cambiamenti climatici, soggetti alle variazioni più intense e veloci, soprattutto nei regimi termo-pluviometrici“.

Alpi a rischio


Diversi impatti sull’arco alpino “sono già osservabili a partire dagli ultimi 20-30 anni con un’accelerazione significativa nell’ultimo decennio. Gli effetti dei cambiamenti climatici più evidenti, sia osservati che futuri, nelle Alpi riguardano la criosfera, in termini di ritiro dei ghiacciai, riduzione della durata della copertura nevosa al suolo, degradazione del permafrost con conseguente destabilizzazione delle pareti rocciose; la biosfera con la riduzione della biodiversità, lo spostamento di flora e fauna verso quote maggiori, la scomparsa di specie alpine, l’impatto sulla capacità degli ecosistemi di assorbire carbonio, l’aumento della vulnerabilità agli incendi boschivi, l’impatto sull’ecologia degli ecosistemi adattati a climi freddi“.

“L’ambiente alpino –  sottolinea Ispra – presenta evidenti tendenze alla deglaciazione. A causa dell’effetto combinato delle elevate temperature estive e della riduzione delle precipitazioni invernali, si registra una perdita costante di massa, con una media annua pari a oltre un metro di acqua equivalente (cioè lo spessore dello strato di acqua ottenuto dalla fusione del ghiaccio) dal 1995 al 2019: si va da un minimo di 19 metri di acqua equivalente per il ghiacciaio del Basòdino fra Piemonte e Svizzera al massimo di quasi 41 metri per il ghiacciaio di Caresèr, in Trentino Alto Adige. A tali fenomeni si aggiunge una chiara tendenza al degrado del permafrost (il terreno ghiacciato, alle nostre latitudini presente  in alta quota. Ndr) che in alcune regioni potebbe scomparire entro il 2040“. 

Mari

 

E il mare non sta meglio. “Le variazioni annue di temperatura superficiale – si osserva – mostrano incrementi in tutti i mari italiani con alterazioni marcate nel Mar Ligure, Adriatico e Ionio Settentrionale“. All’aumento della temperatura del mare corrisponde già una significativa variazione della distribuzione delle specie, con un aumento della pesca nei mari italiani di quelle che prediligono temperature elevate (specie di piccole dimensioni come acciuga, sardinella, triglia, mazzancolle e gambero rosa), che si stanno diffondendo sempre più a nord nei mari italiani. Penalizzate, invece, le specie di grandi dimensioni, talvolta di grande interesse commerciale, come il merluzzo, il cantaro, il branzino, lo sgombro e la palamita. “Le variazioni del livello del mare – si evidenzia poi – costituiscono fonte di preoccupazione per le conseguenze sulle coste: gli incrementi, dell’ordine di pochi millimetri l’anno (valori medi del trend pari a circa 2,2 mm/anno con picchi nel Mare Adriatico di circa 3 mm/anno), sono continui e appaiono ad oggi irreversibili“.

Particolare attenzione merita il caso di Venezia, “dove è presente un fenomeno combinato di eustatismo (innalzamento del livello del mare) e subsidenza (abbassamento del livello del terreno): nel lungo periodo (1872-2019) il tasso di innalzamento del livello medio del mare si attesta sui 2,53 mm/anno, valore più che raddoppiato a 5,34 mm/anno considerando solo l’ultimo periodo (1993-2019)“.

Energia

 

Gli impatti sono anche sul sistema energetico. “Il riscaldamento medio del nostro Paese nelle stagioni estive e invernali sta portando come conseguenza generale nel settore energetico rispettivamente a una lieve diminuzione dei fabbisogni di riscaldamento invernale e a un più marcato aumento dei fabbisogni di raffrescamento estivo. La richiesta netta di energia elettrica è in aumento, anche per la progressiva sostituzione degli impianti termici con pompe di calore“. La modifica del regime delle precipitazioni e lo scioglimento dei ghiacciai influenza anche il regime dei fiumi con effetto anche sulla produzione idroelettrica: le ore equivalenti di produzione idroelettrica dal 2011 al 2019 sono infatti calate del 35,5% rispetto al periodo ante seconda guerra mondiale.

Agricoltura

 

Uno dei settori economici che maggiormente sta risentendo delle modifiche del clima e della variabilità climatica è l’agricoltura. L’aumento delle temperatura e  la concentrazione delle precipitazioni in archi temporali ristretti determina stress idrico sia per le colture, oltre che per gli ambienti naturali. “Sono sempre più frequenti – osserva il rapporto – gli episodi di siccità agricola in diverse regioni del paese, con gravi perdite produttive e danni economici. La progressiva riduzione dell’acqua nel suolo potrà portare in futuro a un incremento del rischio di degrado del suolo stesso, fino ed eventuale desertificazione. I danni da fenomeni estremi di caldo (es. scottature), di forte vento, di grandine, e quelli da eventi alluvionali saranno probabilmente sempre più rilevanti e richiederanno un sempre maggiore adattamento al nuovo clima, in termini di tecniche agronomiche e coperture assicurative. le future produzioni per alcune colture potranno essere destinate a subire un decremento in termini quantitativi e qualitativi. Ne risentiranno diverse filiere agro-alimentari e subiranno conseguenze i prodotti di qualità tipici del nostro Paese (prodotti DOP, IGP, IGT). Per quanto riguarda la zootecnia, temperature più elevate stanno avendo e avranno in futuro un impatto negativo sul benessere e la produttività animale“.

Negli ultimi 60 anni (1961-2020) il rischio di siccità in agricoltura in Emilia-Romagna è in aumento per le colture prese in esame (mais, erba medica, vite). Il deficit  è in aumento sia sul breve periodo (30 giorni) sia sul medio periodo (90 giorni). “Il quadro che emerge – osserva il rapporto – mette in evidenza alcuni segnali già riconoscibili e significativi riguardo allo stato di salute dei nostri ghiacciai, dei nostri mari nonché degli ecosistemi naturali del nostro territorio, quali campanelli d’allarme per quelle che potranno essere le conseguenze anche sulla società e sull’economia italiane“.

Aree urbane

 

Anche l’impatto del riscaldamento globale e della maggiore frequenza di eventi di caldo intenso sulla salute “è già misurabile, in particolare proprio in ambiente urbano, dove l’effetto “isola di calore” incrementa ulteriormente l’esposizione“. Gli insediamenti urbani italiani “sono da considerarsi zone particolarmente a rischio, non solo per il numero di persone residenti, potenzialmente esposte a eventuali avversità climatiche, ma anche per l’elevato patrimonio culturale che li contraddistingue e per i servizi che rendono a territori molto più ampi“. Da notare che l’elevata esposizione della popolazione a rischi di natura idraulica e idrogeologica “è aumentata a seguito di scelte di pianificazione urbana che hanno aumentato la vulnerabilità del territorio, tramite per esempio la tombatura dei corsi d’acqua, e l’aumento degli eventi meteorici estremi“ e quindi i cambiamenti climatici provocano danni maggiori di quello che farebbero in un territorio ben governato. Ma questa è una altra storia.