di Giampaolo Pioli Ci sono pochi, pochissimi giornalisti a Pechino potenti come Hu Xijin il direttore del Global Times, il tabloid finanziato dal partito comunista, (costola del Quotidiano del popolo) che ha una circolazione in tutta la Cina di 23 milioni di copie giornaliere e un seguitissimo sito web. Ebbene se un giornalista come Hu che a soli 61 anni, con un master di politica internazionale, che parla perfettamente inglese, russo e mandarino; ha girato il mondo; è stato inviato...

di Giampaolo Pioli

Ci sono pochi, pochissimi giornalisti a Pechino potenti come Hu Xijin il direttore del Global Times, il tabloid finanziato dal partito comunista, (costola del Quotidiano del popolo) che ha una circolazione in tutta la Cina di 23 milioni di copie giornaliere e un seguitissimo sito web. Ebbene se un giornalista come Hu che a soli 61 anni, con un master di politica internazionale, che parla perfettamente inglese, russo e mandarino; ha girato il mondo; è stato inviato in Bosnia, in Jugoslavia e in Iraq, dopo essere arrivato alla direzione del Global Times nel 2005, si dimette 16 anni dopo con un semplice tweet dicendo "è ora di andare in pensione, ma continuerò a dare il massimo per diffondere le notizie del Partito"

l’impressione è che nel suo gesto clamoroso e improvviso si nasconda qualcos’altro. Hu, infatti, non è un personaggio qualunque. Aveva inizialmente qualche simpatia per le proteste di Tiennanmen, anche se le ha definite naive, e le guardie che hanno massacrato gli studenti sono state descritte nei suoi fondi solo come "impreparate", ma si è trasformato negli anni come uno dei più ferventi diffusori della propaganda del partito del super nazionalismo, verso il qual il presidente Xi Jinping vuole spostare la grandi masse cinesi. Ferocemente contro le proteste di Hong Kong, a favore di una morsa militare se necessaria verso Taiwan, Xijin era diventato il perfetto comunicatore anche nei social delle notizie ufficiali dl partito per influenzare l’opinione pubblica, incitarla al patriottismo e all’obbedienza al partito. Hu si definiva "un ex manifestante pro democrazia diventato uno schietto direttore di giornale", che amava suscitare polemiche con i commenti spesso incendiari e in contrasto forse con l’ala più aperta e progressista del partito.

Per questo sorprende la sua brusca uscita di scena, anche se ha promesso che continuerà a fare il commentatore.

Il potente giornalista veniva visto da molti proprio per le sue uscite fortemente nazionalistiche e patriottiche, una sorta cassa di risonanza del presidente XI, un vero amplificatore del suo pensiero e di un governo autoritario.

Ma all’interno del Global Times si erano intrecciate anche voci sugli eccessivi privilegi e ricchezze di cui Hu godeva con un salario comunista, ma bonus mensili molto capitalisti e non in busta paga. E questa rimozione da una posizione strategica della propaganda giornalistica potrebbe proprio essere un segnale lanciato da Xi.