di Giuseppe Tassi Christian il danese ha poco del guerriero vichingo e tanto del principe Amleto. Dubbioso come lui, intellettuale nei modi e nel tratto umano, apparentemente altero e distaccato dalle cose del mondo. Succede nel calcio che l’identità tecnica di un campione coincida con il carattete, che al tocco di palla faccia riscontro il modo di affrontare le asperità della vita. Eriksen in campo è un esteta, un trequartista dal piede morbido, che sembra galleggiare sull’erba come sospeso su un cuscino d’aria. Tutto gli riesce facile, naturale, perché il calcio...

di Giuseppe Tassi

Christian il danese ha poco del guerriero vichingo e tanto del principe Amleto. Dubbioso come lui, intellettuale nei modi e nel tratto umano, apparentemente altero e distaccato dalle cose del mondo. Succede nel calcio che l’identità tecnica di un campione coincida con il carattete, che al tocco di palla faccia riscontro il modo di affrontare le asperità della vita. Eriksen in campo è un esteta, un trequartista dal piede morbido, che sembra galleggiare sull’erba come sospeso su un cuscino d’aria. Tutto gli riesce facile, naturale, perché il calcio gli scorre dentro come un fluido vitale.

Ma da quei piedi nobili escono fulmini e saette, punizioni che sembrano missili terra aria. Ne sa qualcosa Conte che, dalle folgori del suo Amleto, ha ricevuto punti determinanti per l’impresa-scudetto firmata con l’Inter. Dopo tre campiomati vinti con l’Ajax, la finale di Champions con il Tottenham e una vita da leader silenzioso della Nazionale danese, Eriksen si è ritrovato nel tritacarne del calcio interista con un allenatore che predicava rabbia e intensità.

Apparentemente altero e distaccato, incapace di calarsi in fretta in quella mentalità guerriera, Chistian è finito ai margini del progetto ad ammuffire in panchina: solo spiccioli di gara in coda alle partite e senza mai lasciare il segno. Con i suoi capelli irti come spini e gli occhi azzurri che prendevano il colore del ghiaccio, Eriksen pensava al mercato e l’addio a San Siro sembrava già scritto.

Poi Conte ha scoperto che l’amato guerriero Vidal faceva più danni di un tornado e ha deciso di rilanciare il pallido principe. Gli ha regalato autonomia, un angolo di campo ed Eriksen ha ricambiato con una rabbia nuova, una piena disponibilità al sacrificio. Dopo la punizione bomba contro il Milan è rinato a nuova vita e ha trovato intorno a sé una squadra pronta ad abbracciarlo, a stringere come un feticcio quel gelido danese che si scopre improvvisamente latino, sanguigno e perfino innamorato del progetto Conte.

Sono stati i compagni per primi a scavare dentro quella corazza e a intuire le virtù nascoste di Amleto. Quegli stessi compagni, a cominciare da Hakimi, che ieri hanno pregato per Eriksen e per la sua vita. Come la moglie, Sabrina, che stava assistendo alla partita ed è scesa in lacrime sul rettangolo verde per cercare di capire se il marito fosse ancora vivo. "È vivo!". Sollievo, le sue lacrime asciugate dall’abbraccio del portiere Schmeichel e del difensore Kjaer, che si sono avvicinati per consolarla e rassicurla. Christian, dopo aver riaperto gli occhi, si è comportato da leader, invitando la sua Danimarca, dal letto d’ospedale, a riprendere la partita con la Finlandia. Giocherà per il suo totem, per quel silenzioso condottiero che l’ha guidata in due mondiali e un europeo. Per quel pallido principe che non ha nessuna voglia di arrendersi al destino.