28 apr 2020

Coronavirus, Camisasca: "Questo governo non rispetta la Chiesa"

L’affondo del vescovo di Reggio Emilia. "Vietare le messe? Decisione arbitraria, i cristiani non sono stati ascoltati"

giovanni panettiere
Cronaca
(DIRE) Reggio Emilia, 16 apr. - Anche la Diocesi di Reggio Emilia ha deciso di contribuire alla lotta al coronavirus attivando, per volonta' del vescovo Massimo Camisasca, un fondo dedicato (denominato "San Carlo Borromeo") e incardinato sulla Caritas. In aiuto delle persone piu' deboli, sono cosi' gia' stati raccolti 100.000 euro. "Non dimentichiamoci degli ultimi: certamente oggi ci sentiamo tutti in difficolta' e in pericolo: tutti abbiamo paura, ma molte persone vivono in condizioni estremamente gravi e problematiche", scriveva il vescovo in una lettera aperta inviata al territorio il 3 aprile scorso. Le coordinate del fondo diocesano sono: Iban IT 67 O 05034 12800 0000 0000 1100 intestato a: Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, presso Banco Bpm, con causale: "Fondo San Carlo Borromeo".     Nel frattempo anche il Cral, il circolo ricreativo e sportivo dilettantistico aziendale dei lavoratori del Comune e della Provincia di Reggio Emilia ha donato all'ospedale cittadino 10.000 euro. Negli ospedali della provincia non si ferma poi il via vai di furgoni ricolmi di cibo, dolciumi, abbigliamento sanitario e disinfettante, donati da innumerevoli aziende di grandi e piccole dimensioni, privati e associazioni.  "Scalda il cuore- dice il direttore generale dell'Ausl Fausto Nicolini- vedere quanto le imprese del territorio e i cittadini tutti amino la sanita' pubblica reggiana e cerchino di sostenerla con grandi o piccoli gesti".   (Cai/ Dire) 13:53 16-04-2
Reggio Emilia, il vescovo Massimo Camisasca

Roma, 28 aprile 2020 - Monsignore, è più deluso o arrabbiato per il nuovo decreto della presidenza del consiglio che prolunga il divieto di celebrare messe con la partecipazione dei fedeli?
«Arrabbiato è una parola estranea al mio vocabolario, deluso lo sono certamente, ma soprattutto mi sento rattristato per il fatto che non si sia tenuto conto dei sentimenti e delle attese del popolo cristiano – dosa le parole Massimo Camisasca, 73 anni, vescovo di Reggio Emilia e fondatore della Fraternità sacerdotale di San Carlo Borromeo –. In queste settimane di clausura la Chiesa ha vissuto una totale e sincera obbedienza alle indicazioni provenienti dal governo nel convincimento, espresso e sostenuto dai vescovi, che la celebrazione della messa senza la partecipazione dei fedeli, pur rappresentando per noi un sacrificio e una sofferenza enormi, fosse un atto dovuto di carità verso tutti».
Il comunicato della Conferenza episcopale italiana denuncia una «compromissione della libertà di culto». Il rapporto fra potere spirituale e autorità civile è compromesso?
«La decisione dell’esecutivo esprime un’arbitraria violazione della libertà religiosa, sancita dalla Costituzione. Un importante docente di diritto ecclesiastico, quale il professor Cesare Mirabelli, sostiene che il dpcm determini una lesione del Concordato che regola i rapporti fra Stato e Santa sede. Sono valutazioni che andranno ponderate una volta usciti dalla pandemia. A questo punto, però, la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale con l’autonomia che le spetta a norma di legge. Anche perché non si capisce l’apertura doverosa d’importanti attività produttive, mentre resta preclusa la celebrazione dell’Eucarestia col popolo di Dio».
Il governo ha comunque dato il via libera ai funerali: i defunti, per Covid e non, potranno finalmente tornare ad avere un degno, ultimo saluto.
«In totale onestà, non riesco davvero a comprendere come mai si sia acconsentito allo svolgimento delle esequie, pur se con solo quindici partecipanti, e si sia, invece, esclusa la celebrazione dell’Eucarestia. Deve essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio dei bisognosi, profuso dalla Chiesa in questi mesi attraverso l’assistenza capillare ai malati e agli anziani, scaturisce da una fede che deve potersi nutrire in particolare dei sacramenti».
Per il comitato tecnico scientifico non sussistono le condizioni per garantire durante la liturgia la sicurezza dei fedeli. L’episcopato non rischia di sottovalutare i pericoli sanitari?
«Assolutamente no, non vogliamo certo che fedeli possano infettarsi nel corso delle celebrazioni. Per questo quasi quotidianamente nelle scorse settimane rappresentanti della Cei si sono incontrati con esponenti del governo per sottoporre loro e discutere insieme orientamenti e buone prassi per il ritorno in sicurezza allo svolgimento della messa con il popolo di Dio».
Che cosa avete proposto?
«Alcune diocesi, compresa quella di Reggio Emilia, hanno presentato alla Cei delle soluzioni. Si i è ipotizzata la distribuzione di mascherine ai presenti, l’installazione di scanner per misurare la febbre all’ingresso e la messa in funzione di un sistema di prenotazioni per partecipare alle sante messe in modo da scongiurare sia una presenza eccessiva all’interno delle chiese, sia assembramenti all’esterno».
E per il momento più delicato, quello della distribuzione della Comunione?
«La soluzione sottoposta al governo è stata quella di far sì che fosse il celebrante, dotato di guanti e mascherine, a scendere dall’altare per distribuire ai fedeli, seduti sulle panche distanziati fra loro, la particola consacrata esclusivamente sulla mano. Anche questa proposta è stata accolta con favore dagli alti vertici dell’esecutivo. Poi, però, l’interlocuzione col governo si è interrotta e non è chiaro il motivo».
Vi sentite traditi?
«C’è stata una parte del comitato tecnico scientifico che si è opposta alle messe partecipate. So che esponenti del governo, così come i capigruppo del Pd e parlamentari dei 5Stelle, oltre alle opposizioni, chiedono il ritorno alla messa col popolo. Mi auguro che pertanto il premier torni sui suoi passi quanto prima».

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