Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid (al centro), in una delle conferenze stampa tenute a Kabul dopo la presa del potere
Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid (al centro), in una delle conferenze stampa tenute a Kabul dopo la presa del potere

Roberto

Giardina

Sono regole semplici quelle del mestiere di giornalista. Quindi difficili, a volte si rischia la pelle. Il cronista va sul luogo, e dopo riferisce quel che crede d´aver capito. Crede, perché la sua cronaca sarà sempre soggettiva. Si rimane cronisti, o si dovrebbe, anche se dopo diventi inviato speciale, nulla cambia se scrivi di un delitto o di una guerra. Come intuire un barlume di verità nei reportage dallAfghanistan? Non è colpa dei colleghi, della stampa, o della tv. È difficile, quasi impossibile andare sul posto. Se ci arrivi, e tenti di lavorare onestamente, ti rimandano indietro. Ti rimpatriano se eri già a Kabul, come è avvenuto a Clarissa Ward, giornalista della CNN. Non piaceva ai suoi americani, e neanche ai talebani. Significa che cercava di svolgere bene il suo compito.

Oggi non c´è tempo per riflettere, già la tv trasmette le immagini dell´attentato, e si vedono in internet. Il tuo articolo arriva il giorno dopo. Un lavoro inutile? Al contrario, necessario come non mai. Le immagini, si sa, ingannano. I fatti sono frantumati, si crede di vedere tutto e si capisce poco. Allora contano le sensazioni, le emozioni del giornalista.

Riferire le parole di una donna in fuga può far capire la tragedia di un popolo, valgono più delle analisi di un politologo. Descrivi quel che avviene. Gli occhi del cronista sapranno vedere quel che sfugge alle telecamere. Ma non puoi osservare da lontano. E si corre un rischio.