Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil (Ansa)
Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil (Ansa)

Roma, 9 gennaio 2017 - PREDICANO bene, razzolano male. Il caso dei voucher-lavoro, da una parte vituperati e dall’altra utilizzati dalla stessa Cgil, è solo l’ultimo di una lunga storia. Piena di leggi e leggine, norme e codicilli che di fatto hanno trasformato i sindacati nell’«altra casta», per citare il titolo di un bel libro pubblicato qualche anno fa. Insomma, se solo un italiano su 20 si fida della triplice, forse qualche ragione c’è. Una crisi di rappresentanza che affonda le sue radici in quella miscela di privilegi e condizioni di miglior favore che i sindacalisti sono riusciti a ritagliarsi nel tempo. Sopratutto negli anni delle vacche grasse, quando Cgil, Cisl e Uil riuscivano a portare in piazza milioni di lavoratori e pensionati trasformandosi nella più potente lobby del Paese. Oggi la situazione è cambiata. Ma non il vizio di difendere i propri interessi. Che non sempre coincidono con quelli dei lavoratori.

PRIMA ancora dei voucher, ad esempio, ci sono le pensioni. Ed è toccato proprio all’Inps di Tito Boeri scoprire che mentre i lavoratori sudano sette camicie per incassare, a fine carriera, un assegno ai limiti della sussistenza, per i sindacalisti continua ad esserci una sorta di doppio binario. Il meccanismo è semplice: durante la loro attività di rappresentanti dei lavoratori è l’Inps (cioè la collettività) a farsi carico dei contributi. Poi, però, quando è il momento di calcolare l’assegno previdenziale, scattano le vecchie regole retributive, ante riforma del ’93, quando le pensioni erano calcolate sulle retribuzioni degli ultimi anni. E non sui contributi effettivamente versati, come succede per tutto il resto del mondo.

Ma il top dei privilegi è stato toccato con una legge approvata alla fine degli anni 70 dall’ex deputato socialista (ed ex Cgil), Giovanni Mosca, che ha consentito a un esercito di oltre 40mila sindacalisti di veder riconosciuti, a carico della collettività, periodi di contribuzione figurativa per le attività prestate presso sindacati o partiti e mai regolarizzate. Un vero e proprio salasso per i conti dell’Inps.

C’è poi la questione dell’articolo 18, cancellato con il Jobs Act. Una riforma che la Cgil vorrebbe a sua volta cancellare con un referendum. Pochi ricordano, però, che nel ’90 il Parlamento approvò una legge che dava la possibilità ai sindacati di licenziare senza l’obbligo del reintegro. Un bel vantaggio per le tre organizzazioni che, con oltre 20mila dipendenti e 700mila delegati (sette volte in più delle forze di Polizia), rappresentano l’ottava azienda privata del Paese.

UN’AZIENDA che ha un altro benefit di non poco valore: non deve dare conto a nessuno dei propri bilanci. I sindacati non sono obbligati a pubblicarli o certificarli. Eppure, il giro di affari di Cgil, Cisl e Uil non è irrilevante. Secondo i calcoli più recenti, fra contributi versati dai lavoratori e quelli prelevati dai pensionati, ogni anno arrivano nelle casse dei tre sindacati qualcosa come un miliardo di euro. Ai quali occorre aggiungere gli incassi di patronati e Caf. Per carità, frutto di scelte volontarie: lavoratori e pensionati possono in ogni momento decidere se ricorrere ai centri di assistenza o ritirare la delega. Ma con una condizione di favore per i sindacati: lo stop ai versamenti scatta, infatti, dopo almeno tre mesi dalla decisione. Ed è un bel passo in avanti: prima, dal ritiro della delega al blocco dei contributi sindacali, poteva trascorrere anche un anno.

RIGOROSI in Italia, flessibili in Europa. Quando si siedono ai tavoli delle trattative Cgil, Cisl e Uil fanno pesare il numero dei propri iscritti. Che, nonostante le flessioni degli ultimi anni, restano consistenti. Numeri che si riducono drasticamente quando devono versare le quote alla Confederazione europea dei sindacati: da 11 a 7 milioni, secondo le dichiarazioni di qualche anno fa. Un bel risparmio per la triplice italiana, un bel salasso per le organizzazioni europee.