Cellulari spiati di giornalisti e attivisti (Ansa)
Cellulari spiati di giornalisti e attivisti (Ansa)

Roma, 18 luglio 2021 - Giornalisti, attivisti umanitari e politici scomodi spiati dai governi autoritari. Lo rivela un'inchiesta realizzata congiuntamente da 16 testate giornalistiche, tra cui il Guardian e il Washington Post, che ha indagato su una maxi fuga di dati. Sono oltre 180 i giornalisti, tra cui l'attuale direttore del Financial Times, ma anche attivisti per i diritti umani, sindacalisti, politici, figure religiose e avvocati in tutto il mondo che sono finiti nel mirino di governi autoritari che si sono serviti dello spyware Pegasus, prodotto dalla società israeliana di cybersecurity Nso, per spiarli. L'inchiesta pubblicata oggi indica il continuo e diffuso abuso nell'uso dell'ormai famigerato Pegasus, che la compagnia Nso sostiene venga fornito solo a forze dell'ordine e agenzie di intelligence con lo scopo di combattere il crimine.

Pegasus è un malware capace d'infettare iPhone e Android da cui è in grado di estrarre messaggi, foto ed email, come anche registrare chiamate e attivare microfoni. Al maxi leak di dati hanno inizialmente avuto accesso le Ong, Amnesty International e Forbidden Stories, che lo hanno condiviso con i media partner del Pegasus Project, nato proprio per indagare sull'uso del software israeliano. Nella lista, ci sono oltre 50 mila numeri di telefono, di interesse per i clienti della Nso dal 2016. La presenza di un numero nella lista non indica automaticamente che il telefono sia stato infettato o anche solo colpito da un tentato hackeraggio; secondo il Guardian, la lista - il cui contenuto verrà rivelato gradualmente - è comunque significativa perché indica "i potenziali bersagli dei clienti governativi della Nso". Al momento, le analisi della scientifica su una piccola parte dei numeri che compaiono nel mega leak, rivelano che oltre la metà riporta tracce di Pegasus.

I giornalisti presenti nella lista, possibili obiettivi di hackeraggio, lavorano per alcune delle testate più prestigiose del mondo, tra cui Financial Times, Wall Street Journal, Cnn, the New York Times, Al Jazeera, France 24, Radio Free Europe, El Pais, Associated Press, Le Monde, Bloomberg, Agence France-Presse, Economist e Reuters. Anche il numero di telefono del reporter messicano, Cecilio Pineda Birto, compare nell'elenco, a quanto pare per l'interesse di un suo connazionale e cliente della Nso, poche settimane prima del suo omicidio, nel 2017; allora, i suoi killer furono in grado di localizzarlo in un autolavaggio.

Tra i governi sospettati di aver hackerato i telefoni di giornalisti investigativi, vi è quello ungherese di Viktor Orban, mentre sono 37 le persone legate al reporter e oppositore saudita Jamal Khashoggi, ucciso nel 2018 nel consolato dell'Arabia Saudita a Istanbul, che sono state spiate da Pegasus. L'inchiesta ha attratto l'attenzione del whistleblower statunitense Edward Snowden, che rivelò i programmi di sorveglianza di massa della National Security Agency. "Questo leak diventerà la storia dell'anno", ha scritto su Twitter l'attivista, rifugiato in Russia.

Tra le prime reazioni della maxi-inchiesta giornalistica, quella dell'ufficio del primo ministro ungherese Viktor Orban. "In Ungheria, gli organi statali autorizzati a utilizzare strumenti in incognito sono regolarmente monitorati da istituzioni governative e non governative", ha affermato l'ufficio del premier. "Avete fatto le stesse domande ai governi degli Stati Uniti d'America, del Regno Unito, della Germania o della Francia?".