Giorgio Cavazzano con zio Paperone
Giorgio Cavazzano con zio Paperone
Paperi e topi sono parte della sua vita da oltre sessant’anni. E ha trasformato in cartoon tantissimi vip, da Federico Fellini a Vasco Rossi, da Mina a Fiorello, consolidando il titolo di re delle parodie Disney. Giorgio Cavazzano, veneziano, è uno dei più grandi disegnatori Disney di sempre, erede di Romano Scarpa e portabandiera della multinazionale dell’intrattenimento che forgia l’immaginario di grandi e bambini. Cavazzano, la storia dei suoi primi passi nel mondo del fumetto è un’avventura di per sé, ce la racconta? "Nella mia famiglia di disegnatore ne avevamo già uno, il cugino Luciano Capitanio. A dieci anni, lo aiutavo a ripassare i neretti col pennello. Per me era come vivere in un sogno, lo consideravo un monumento alla fortuna, aveva l’estro dell’artista e poteva permettersi ritmi diversi da quelli di mio padre, che si alzava alle 4 e tornava alle 19 dal lavoro. I sabati e le domeniche prendevo il vaporetto per raggiungere la sua casa al Lido di Venezia". L’incontro decisivo avvenne proprio su un vaporetto… "A 13 anni scoprii Topolino e rimasi folgorato dalla storia Zio Paperone e le lenticchie di Babilonia, disegnata da Romano Scarpa, veneziano come me. Divenne un’ossessione: per mesi cercai di capire dove abitasse, chiedendo ai negozianti del quartiere se lo conoscessero. Poi, un...

Paperi e topi sono parte della sua vita da oltre sessant’anni. E ha trasformato in cartoon tantissimi vip, da Federico Fellini a Vasco Rossi, da Mina a Fiorello, consolidando il titolo di re delle parodie Disney. Giorgio Cavazzano, veneziano, è uno dei più grandi disegnatori Disney di sempre, erede di Romano Scarpa e portabandiera della multinazionale dell’intrattenimento che forgia l’immaginario di grandi e bambini.

Cavazzano, la storia dei suoi primi passi nel mondo del fumetto è un’avventura di per sé, ce la racconta?

"Nella mia famiglia di disegnatore ne avevamo già uno, il cugino Luciano Capitanio. A dieci anni, lo aiutavo a ripassare i neretti col pennello. Per me era come vivere in un sogno, lo consideravo un monumento alla fortuna, aveva l’estro dell’artista e poteva permettersi ritmi diversi da quelli di mio padre, che si alzava alle 4 e tornava alle 19 dal lavoro. I sabati e le domeniche prendevo il vaporetto per raggiungere la sua casa al Lido di Venezia".

L’incontro decisivo avvenne proprio su un vaporetto…

"A 13 anni scoprii Topolino e rimasi folgorato dalla storia Zio Paperone e le lenticchie di Babilonia, disegnata da Romano Scarpa, veneziano come me. Divenne un’ossessione: per mesi cercai di capire dove abitasse, chiedendo ai negozianti del quartiere se lo conoscessero. Poi, un giorno, durante il tragitto in vaporetto verso il Lido, avevo una cartelletta di disegni di Capitanio che iniziarono a fare il giro del battello. Si avvicinò una ragazza e mi chiese: li hai fatti tu? Io mentii e dissi sì. Era la fidanzata di Scarpa, mi disse che aveva proprio bisogno di un lavorante di bottega, perché l’ultimo aveva mollato all’improvviso".

Fu facile convincere i suoi di intraprendere una carriera così ‘incerta’?

"No, ci fu una lite in famiglia. Fu mio padre a salvarmi, dicendo: lasciamolo da Scarpa un anno. La collaborazione durò dieci anni, è stato il mio maestro. Una cosa curiosa è che, molti anni dopo, scoprii che a ‘lasciarmi’ il posto era stato don Paolo Donadelli, il parroco di Jesolo: aveva avuto la vocazione una settimana prima del mio incontro, e se n’era andato. Un evento quasi magico: evidentemente dovevo proprio fare questo mestiere".

Lei nella sua carriera ha disegnato tutto il pantheon Disney, c’è un personaggio che ama di più?

"È un po’ come chiedere a un bambino se vuole più bene alla mamma o al papà (ride, ndr). Direi Zio Paperone: vorrei essere nei suoi panni e fare una bella nuotata in un mare di monete d’oro. Proprio in questi giorni sto lavorando a una storia lunga, di 64 pagine, con molti flashback, è un piacere disegnare le versioni giovani e invecchiate dei miei paperi preferiti".

E c’è un personaggio più difficile da disegnare?

"Non ho dubbi, è Topolino. Ha un’espressività limitata e basta poco perché diventi un altro, si rischia di stravolgerlo. I paperi sono più semplici, puoi allungare e accorciare il becco con facilità cambiandone l’espressione. E poi mi trovo più a mio agio con storie umoristiche, più che avventurose".

Lei è l’uomo delle parodie Disney, un genere ormai consolidato ed entrato nelle grazie dei fan. Il 1987 è l’anno di Topolino e Minni in Casablanca, tratto dal mitico film di Curtiz. Come è nata l’idea?

"Tutto nasce dall’incontro con il giornalista Vincenzo Mollica. Ci trovammo a tavola dopo una convention a Treviso e mi fece notare che una parodia Disney di Casablanca avrebbe potuto funzionare, con quel bianco e nero così affascinante. Iniziai a disegnare sui tovaglioli il cast del film, ed effettivamente mi accorsi che calzavano a pennello. Dopo aver ottenuto le licenze per realizzare la storia, iniziai a lavorare: in una vignetta mi uscì il ‘vero’ Topolino, quello che cercavo da tempo ma spesso mi restava nella matita. Dopo fu facile studiare movimenti, espressioni e dinamiche del personaggio. Da allora ho iniziato a rendere più cinematografici i miei fumetti, è stata una svolta".

Nel 1991 ha realizzato La Strada, tratto dal capolavoro di Fellini. Ma è vero che l’ha chiamata il Maestro?

"Sì. Squilla il telefono e, dall’altra parte, sento la voce che mi dice: “Sono Federico Fellini, mi farebbe piacere se facesse una parodia de La strada”. Dapprima pensai a uno scherzo, ma poi mi disse che era rimasto colpito da Casablanca e Mollica gli aveva dato il mio numero. Lui mi definiva ‘il figlio mediatico di Walt Disney’. Iniziai subito a studiare i personaggi, con i vestiti degli attori, se non che un giorno, tornato a casa, mia moglie mi disse che aveva chiamato Giulietta Masina, chiedendo se fosse stato possibile disegnare i personaggi come li ricordava da piccola, cioè Topolino con i pantaloncini corti e Minni col gonnellino a pois. Effettivamente funzionò, ed è una delle storie più pubblicate di sempre a livello mondiale".

Poi c’è stato La vera storia di Novecento (2008), tratto dal romanzo di Alessandro Baricco…

"Quello è un capolavoro dello sceneggiatore, Tito Faraci. Dobbiamo ancora fare un pranzo tutti insieme, Baricco ha detto che avrebbe pagato lui… (ride, ndr)".

Lei è famoso per le versioni Disney dei vip, da Vasco Rossi che diventa il Comandante Brasko a Mina Uack, parodia della nota cantante. Ma li ha incontrati tutti?

"Vasco, Mina, ma anche Fiorello e Fazio, non li ho mai incontrati. La parodia di Mollica (Paperica), invece fu la più facile della mia carriera: il giornalista mi portò una caricatura che gli aveva fatto Andrea Pazienza, l’ho ricalcata e proposta in redazione così".

Lei ha realizzato anche una storia di Spider-Man ambientata a Venezia: ha anticipato di oltre 15 anni il film Spider-Man: far from home, dove il Ragno svolazza le calli…

"Nella pellicola c’è un omaggio diretto: Peter Parker entra in un negozio la cui insegna è Il segreto del vetro. Quella storia nacque parlando con Faraci ed Enrico Fornaroli, professore dell’Accademia di Belle Arti che collaborava con Marvel Italia. Mia moglie viveva a Murano e si diceva che, nel Seicento, il Doge avesse istituito un gruppo di sicari pronti a uccidere chiunque diffondesse il segreto della soffiatura del vetro, arte caratteristica dell’isola. Inoltre, Spider-Man ha una maschera, e dunque ambientammo tutto durante il carnevale di Venezia".

E ancora, Dylan Dog…

"Sì, in quella storia utilizzai delle foto scattate anni prima durante una visita al ‘Belfast’, un incrociatore inglese sul Tamigi, insieme a mia moglie Elena. C’erano dei manichini che illustravano la vita a bordo durante la seconda guerra mondiale, feci diversi scatti senza un’idea precisa di dove utilizzarli. Capitò proprio con la storia di Dylan Dog, scritta da Tito Faraci: la protagonista, va da sé, si chiama Helena…".