Recep Tayyip Erdoğan, classe 1954, è il dodicesimo presidente della Turchia
Recep Tayyip Erdoğan, classe 1954, è il dodicesimo presidente della Turchia
Il giorno dopo le parole di Mario Draghi, che commentando il sofa-gate al palazzo presidenziale di Ankara l’ha definito un "dittatore", Recep Tayyip Erdoğan resta in silenzio. La reazione rimane quella immediata e indignata dell’apparato diplomatico (con la convocazione giovedì a tarda sera al ministero degli Esteri dell’ambasciatore italiano in Turchia, Massimo Gaiani) e della folta pattuglia di suoi scudieri nel governo e nel partito. "Se Draghi vuole vedere che cosa sia una dittatura, deve guardare alla storia recente" del suo Paese "e lo...

Il giorno dopo le parole di Mario Draghi, che commentando il sofa-gate al palazzo presidenziale di Ankara l’ha definito un "dittatore", Recep Tayyip Erdoğan resta in silenzio. La reazione rimane quella immediata e indignata dell’apparato diplomatico (con la convocazione giovedì a tarda sera al ministero degli Esteri dell’ambasciatore italiano in Turchia, Massimo Gaiani) e della folta pattuglia di suoi scudieri nel governo e nel partito.

"Se Draghi vuole vedere che cosa sia una dittatura, deve guardare alla storia recente" del suo Paese "e lo vedrà molto chiaramente", ha rincarato ieri il vicepresidente turco Fuat Oktay, la voce istituzionalmente più importante a tornare sulla vicenda. Eppure, almeno per ora, Ankara sembra aver puntato su un abbassamento del livello dello scontro.

Il passo indietro, chiesto con forza al nostro ambasciatore dal viceministro degli Esteri, Faruk Kaymakci, non c’è stato. Ma il plotone degli agguerriti media filo-governativi di Ankara ha sparato a salve e le vivaci proteste social – la più diffusa con l’hashtag "non potete fermare Erdogan", condiviso anche dal responsabile della comunicazione presidenziale – si sono perse presto nella rete. E nella sua unica uscita pubblica di giornata, all’inaugurazione di un museo a Istanbul, Erdoğan non ha fatto cenno al caso. Dietro le quinte, la diplomazia rimane all’erta. Ma con il passare delle ore, le possibilità che le polemiche finiscano per sgonfiarsi cresce.

A Roma, intanto, fonti di maggioranza interpretano le parole di Draghi come frutto del suo modo di esprimersi "schietto". Uno stile comunicativo che si inquadra peraltro nel nuovo "asse semantico" tracciato dalla Casa Bianca nei rapporti con alcuni Paesi dell’area. Del resto, lo stesso Joe Biden – che prima di diventare presidente definì Erdoğan "un autocrate" – non ha risparmiato toni duri nei confronti di Ankara nel suo intervento all’ultimo Consiglio europeo. Nessun dietrofront, dunque. Ma le parole del premier, sottolineano le fonti, non indicano un cambio di rotta con la Turchia, che resta un interlocutore strategico su molte sfide geopolitiche, dalla gestione dei flussi migratori alle tensioni in Medio Oriente e Libia.

Le frasi di Draghi sono inevitabilmente rimbalzate anche in Europa, dove prevale però la prudenza. "La Turchia è un Paese che ha un parlamento eletto e un presidente eletto, verso il quale nutriamo una serie di preoccupazioni. Si tratta di un quadro complesso, ma non spetta all’Ue qualificare un sistema o una persona", ha commentato la Commissione, ancora alla prese con il chiarimento per il sofagate che tarda ad arrivare tra Ursula von der Leyen e Charles Michel. Silenzio anche dalle principali cancellerie d’Europa.

In Italia sostegno di tutte le forze politiche al premier.