Mentre a Roma piove come durante il Diluvio universale, la sola cosa certa, tra le tanti voci che si accavallano impazzite (un colloquio diretto tra Conte e Renzi, che non c’è stato; Conte pronto che già oggi sale al Colle per le dimissioni), è che, tra governo e maggioranza, non c’è accordo su nulla. Neppure sulle misure emergenziali, e urgenti, da prendere. Tanto che c’è chi dice che non servirà neppure attendere il 7 gennaio, il giorno in cui la crisi di governo da strisciante dovrebbe diventare formale con il Consiglio dei ministri in cui si dovrebbe consumare lo strappo di Italia Viva e il ritiro dal governo, ma che già oggi, quando il ministro...

Mentre a Roma piove come durante il Diluvio universale, la sola cosa certa, tra le tanti voci che si accavallano impazzite (un colloquio diretto tra Conte e Renzi, che non c’è stato; Conte pronto che già oggi sale al Colle per le dimissioni), è che, tra governo e maggioranza, non c’è accordo su nulla. Neppure sulle misure emergenziali, e urgenti, da prendere. Tanto che c’è chi dice che non servirà neppure attendere il 7 gennaio, il giorno in cui la crisi di governo da strisciante dovrebbe diventare formale con il Consiglio dei ministri in cui si dovrebbe consumare lo strappo di Italia Viva e il ritiro dal governo, ma che già oggi, quando il ministro Gualtieri presenterà la nuova bozza del Recovery Plan, potrebbe avvenire il patatrac.

Ma non è così: lo scontro finale oggi non ci sarà. Anzi, in realtà, il lavoro dei pontieri (i ministri Patuanelli e Franceschini) in queste ore si sta intensificando proprio per riportare alla ragione i due ‘duellanti’. Un lavoro che viene detto "massiccio" e cui guarda con speranza il Colle.

Eppure, ieri sera, lo scontro, tra i capodelegazione di maggioranza, mentre il governo e le Regioni litigavano sulle fasce, le scuole e molto altro, è stato davvero duro. La capodelegazione di Iv, Teresa Bellanova, ha definito "insufficienti e poco chiari" piano vaccini e parametri Rt. Le parole di fine serata della capogruppo alla Camera, Boschi ("noi non vogliamo la crisi, dipende da Conte"), da questo punto di vista, suonano appena poco più suadenti, ma potrebbero preludere a un’intervista soft di Renzi oggi in cui il leader di Iv si gode il suo "capolavoro politico", ma apre alla possibilità di una pace, ma alle sue condizioni.

Dal 7, però, può succedere di tutto. La sola ipotesi esclusa – o, meglio, tramontata nel volgere di pochi giorni – è quella di una prova di forza di Conte che va in Parlamento, specie al Senato, a cercarsi i voti dei Responsabili 4.0 (Italia 2023 si chiamava l’operazione) per sostituire i renziani mancanti. Operazione morta sul nascere, non solo perché, più di dieci, non ne ha trovati (i totiani si sono sfilati, l’Udc pure), ma soprattutto perché il Colle, e di risulta anche Pd e M5s, non credono alla capacità di andare avanti del governicchio.

Resta l’ipotesi di un Conte ter in cui, in pratica, il premier fa un passo indietro su quasi tutto lo scibile umano, Pd e M5s ci guadagnano due vicepremier, Iv un ministro di peso e, con una nuova fiducia, tutti si evitano una crisi formale. Una vittoria per Renzi e una vittoria di Pirro, per Conte. In subordine, si parla di governi Franceschini o Guerini sempre con la maggioranza attuale (scenari improbabili), ma prendono quota anche altre due strade. La prima è un governo Cartabia (ex presidente della Consulta) per un governo, più che istituzionale, ‘del Presidente’, e tecnico, con l’obiettivo du mettere in sicurezza il Recovery Plan e il piano vaccini (altro nome, meno gettonato, Paola Severino).

L’altro è un ‘governissimo’, ovviamente a guida Mario Draghi, che avrebbe finalmente dato il suo assenso a guidare un governo di ‘ricostruzione nazionale’ e dunque politico, che porti a termine la legislatura con il sostegno di tutti i partiti. Un’ipotesi, fino a ieri, osteggiata a destra, da Fd’I, oggi meno, mentre la Lega è possibilista e Forza Italia entusiasta.