Livorno, 9 febbraio 2016 - «GLI ALIENI ci invadono e dobbiamo fermarli». Non è la profezia catastrofista di qualche fantomatico gruppo ufologico, ma l’appello di 200 esperti di 40 paesi, pronti a fornire la loro competenza ed esperienza tecnica e scientifica per arginare l’invasione di specie aliene in atto dal 6 agosto 2015, quando si è inaugurato il nuovo Canale di Suez, raddoppiato in larghezza e profondità per consentire il transito nel Mediterraneo fino a 100 navi al giorno. Ma dalla gigantesca via d’acqua «donata al mondo» dal regime egiziano, non passano solo le navi: 450 specie di alghe, invertebrati e pesci «alieni» hanno finora raggiunto le nostre acque attraverso il Canale: alcune sono velenose, altre tossiche, altre distruggono «soltanto» l’ecosistema. Squali mako, velenosissimi pesci coniglio (siganus luridus), le giganti e temibili meduse rhopilema nomadica, sono solo alcuni dei «mostri marini» con cui dovremo fare i conti la prossima estate, se non si fa qualcosa. La comunità scientifica si sta muovendo, grazie all’impulso della professoressa Bella Galil dell’Istituto oceanografico di Israele. E a dar voce a questa battaglia ci sono due ricercatori livornesi, Anna Maria De Biasi, responsabile del Centro interuniversitario di biologia marina, e Cesare Bogi, presidente del Gruppo malacologico con sede al Museo di storia naturale del Mediterraneo.

DOTTORESSA De Biasi, che succede al Mare Nostrum?

«L’ampliamento del canale di Suez dà impulso all’ingresso nel Mediterraneo di numerose specie provenienti dal vicino Mar Rosso, molte delle quali porteranno con sé nuovi e talvolta sconosciuti rischi, non solo per il nostro piccolo mare, ma anche per la nostra salute».

Che significa specie aliene?

«Sono specie provenienti da altre terre o da altri mari, fenomeno ben noto alla comunità scientifica, che rappresenta un altro duro colpo per l’ambiente, sebbene se ne parli sottovoce o non se ne parli affatto essendo meno plateale e più subdolo di uno sversamento di inquinanti. Pochi sanno che a oggi già 450 specie tra alghe, invertebrati e pesci hanno raggiunto le nostre acque attraverso il canale di Suez e che si sono stabilmente insediate e hanno proliferato. E se è vero che nominare il gambero killer o l’alga killer richiama attenzione, certamente non basta per far capire la gravità del problema».

Squali pinna nera, cuccioli di pesce volante, meduse giganti. Sono alcuni dei mostri marini avvistati la scorsa estate. Che dobbiamo aspettarci ancora?

«Lungo le coste di Israele si trovano già specie di molluschi molto invasivi come il brachidontes pharaonis, e il mytilidae , specie altamente tollerante ai cambiamenti ambientali, che mangia il cemento armato e nei porti di Singapore e Sydney ha provocato danni per milioni di dollari. E ancora il temuto pesce palla, nome scientifico lagocephalus sceleratus , che contiene una tossina resistente alla cottura, più potente del cianuro e può provocare l’arresto cardiocircolatorio».

Esiste un coordinamento tra i centi di ricerca dei paesi interessati per monitorare l’«invasione aliena»?

«L’unione mondiale per la conservazione della natura chiede all’Unione Europea di fare pressing affinché identifichi e adotti misure concrete per arginare il flusso di specie aliene verso il Mediterraneo. L’Iucn è composto da 200 esperti di 40 paesi che sono pronti a fornire le proprio competenze al governo egiziano per trovare una soluzione condivisa. La professoressa Galil, in Israele, ha raccolto le firme di scienziati appartenenti a 39 paesi. E anche Livorno, città di mare e porto del Mediterraneo, non si sottrae.

Ma che può fare la tecnologia in concreto?

«Si potrebbe prendere come esempio il Canale di Panama con il suo sistema di chiusure a barriere ad alta salinità che rappresenta un valido punto di partenza al quale ispirarsi. La forte variazione di salinità crea uno stress per la migrazione, creando così una barriera naturale tra i due mari. Un altro sistema che possiamo adottare è la creazione di una “cortina bolla”, tecnica con cui l’aria viene pompata in condotte sottomarine forate, per creare una turbolenza che scoraggia il transito dei pesci».

E noi cittadini comuni amanti del mare possiamo fare qualcosa?

«Ascoltare l’opera di sensibilizzazione della comunità scientifica e partecipare alle iniziative finalizzate a far sentire la nostra voce, farla arrivare a coloro che possono fare azioni, anche a livello internazionale, per bilanciare il più possibile gli interessi economici con quelli ambientali. E con quelli della nostra salute».