di Rita Bartolomei Un tempo si diceva, non studia, fa il pastore. Ora una scommessa rovescia quel modo di pensare: una scuola di pastorizia nazionale. Ci stanno lavorando da tempo, partirà a gennaio. Lezioni teoriche, pratiche, stage in azienda. "Sarà itinerante", spiega Michele Nori, 51 anni, fiorentino, agronomo e ricercatore dell’Istituto Universitario Europeo, responsabile delle attività formative della rete Appia. La onlus – che unisce produttori, aziende, università – è tra gli organizzatori della Snap assieme a Cnr, università di Torino e ministero dell’Agricoltura con il Crea, l’ente di ricerca a sostegno del made in Italy. Primo obiettivo: "Arrivare a un ricambio generazionale, ogni dieci anni perdiamo il 30% degli allevamenti", è la premessa di Nori. Perché "fare il pastore...

di Rita Bartolomei

Un tempo si diceva, non studia, fa il pastore. Ora una scommessa rovescia quel modo di pensare: una scuola di pastorizia nazionale. Ci stanno lavorando da tempo, partirà a gennaio. Lezioni teoriche, pratiche, stage in azienda. "Sarà itinerante", spiega Michele Nori, 51 anni, fiorentino, agronomo e ricercatore dell’Istituto Universitario Europeo, responsabile delle attività formative della rete Appia. La onlus – che unisce produttori, aziende, università – è tra gli organizzatori della Snap assieme a Cnr, università di Torino e ministero dell’Agricoltura con il Crea, l’ente di ricerca a sostegno del made in Italy.

Primo obiettivo: "Arrivare a un ricambio generazionale, ogni dieci anni perdiamo il 30% degli allevamenti", è la premessa di Nori. Perché "fare il pastore oggi vuol dire anche avere a che fare con le politiche agricole, i finanziamenti, gli schemi agro ambientali, il mondo del turismo e della conservazione casearia. Con tante incertezze, per questo molti non ce la fanno e lasciano. Alla fine il pastore si trova schiacciato tra l’agnello, intoccabile, e il lupo, altrettanto intoccabile".

In attesa della scuola nazionale, in autunno grazie anche al contributo della fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo è partita quella piemontese di Coldiretti a Paroldo, siamo nella terra della pecora delle Langhe. Una quindicina di studenti, dai 18 ai 60 anni. Chi vuole aggiornarsi e fa già il pastore, chi non ha mai visto una pecora o una capra in vita sua, chi è stufo di fare l’impiegato e vuole cambiare vita. Ciascuno può scegliere la parte che gli interessa.

Ma che cosa si insegna? Lo chiarisce il coordinatore Franco Parola, 61 anni, laurea in agraria e in geologia: "La scuola è articolata in tre moduli di 105 ore ciascuno. Il secondo è in corso, il terzo sarà in autunno. Tra l’uno e l’altro, c’è la possibilità di uno stage in azienda. Siamo partiti dalla cura dell’animale, insomma dalla parte veterinaria. Accoppiamenti, parto, benessere, produzione del latte con attività in laboratorio per imparare a fare il formaggio. Poi la corretta gestione dei pascoli e la lavorazione delle carni. Infine, in autunno, ci concentreremo su come si gestisce un’impresa di capre e pecore. Vuol dire leggi, marketing, fisco". In mezzo la pandemia, quindi "rimanderemo a giugno la parte di visite guidate, con esercitazioni sul campo". Alla lettera.

Tra gli studenti pastori c’è Federico Lombardi, 23 anni, frequenta scienze politiche ma sta pensando di lasciare. Quando, nel 2019, si è trasferito con la famiglia a Lisio (Cuneo), meno di 200 abitanti, fino a quel momenti la casa delle vacanze, ha capito che quello era il suo posto. "I miei genitori hanno avviato un’attività agricola, coltiviamo castagne – si racconta –. Ho iniziato a lavorarci anch’io. Poi ho scoperto questo corso, ho pensato fosse una buona idea unire le due cose. La scuola t’insegna a diventare pastore in modo completo. E se uno non vuol mettersi in proprio, può sempre andare a lavorare da altri".

Ha invece un progetto molto ambizioso e rock Max William Da Silva, 32 anni, brasiliano, arrivato in Italia quando ne aveva sei e cresciuto a Porto Recanati, nelle Marche. Ha sempre fatto il cuoco, stage in giro per il mondo prima di trasferirsi a Milano, cinque anni fa. Nel suo futuro, dopo la scuola di pastorizia, vede "una fattoria-beauty farm, con ristorazione, area benessere e animali. Ma anche coltivazioni, dalla lavanda al bambù. Mia moglie è massaggiatrice, vorremmo aprirla insieme. Stiamo cercando il posto giusto, un anno o due e partiamo. Intanto faccio il macellaio, nell’azienda di famiglia. Mi sono iscritto alla scuola perché ti spiega dall’a alla zeta come gestire un allevamento, come concimare il pascolo e arrivare al prodotto finito, come trasformare il latte". Al centro sempre l’ambiente, "perché la tecnologia ci sta portando a isolarci in casa, con il telefono davanti , estraniati dal mondo. Riavvicinarci alla natura e agli animali non può che farci bene".