Gli stati non riescono a concordare un piano per tagliare della metà le emissioni al 2030
Gli stati non riescono a concordare un piano per tagliare della metà le emissioni al 2030

Roma, 3 dicembre 2019 - Troppo poco, troppo tardi. Nonostante le evidenze pressanti che un cambiamento climatico è già in atto e la previsione che nei prossimi decenni questo cambiamento si dispiegherà in tutto il suo potenziale, il mondo tarda ad agire. O meglio, lo fa soprattutto a parole. Benché la comunità scientifica abbia da tempo accertato che gran parte di questo riscaldamento sia causato dall’immissione in atmosfera di grandi quantità di gas serra provenienti dall’utilizzo di combustibili fossili, dalla deforestazione e dalle attività agricole e industriali, le nazioni non riescono a concordare su un piano di mitigazione per tagliare della metà le emissioni al 2030 e azzerarle al 2050, quello che secondo gli scienziati dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) servirebbe per rispettare l’impegno di restare entro i due gradi di riscaldamento dall’era preindustriale, un livello che è ritenuto la soglia da non superare per non avere impatti distruttivi. Due gradi sembrano pochi, ma climaticamente sono tantissimi. E importante è ricordare che non partiamo da zero, che quei due gradi non sono ancora davanti a noi. Di quei due gradi ce ne siamo già bruciato uno. Ne resta uno solo, anzi, meno, visto che l’Ipcc stima che a causa della latenza del sistema climatico, il cosiddetto climate lag, per i gas climalteranti che abbiamo già immesso in atmosfera sia già implicito un riscaldamento ulteriore di 0,6 gradi.
 

Le promesse fatte nell’accordo di Parigi rappresentano un’aspirina prescritta a un malato di broncopolmonite. Abbassano un po’ la febbre, ma non bastano a curare. Se anche gli impegni di mitigazione presi – assolutamente volontari e non legalmente vincolanti – fossero rispettati da tutti avremmo un mondo più caldo di 3 gradi. Serve di più. L’Europa, che ha grandi responsabilità storiche per le emissioni dall’inizio dell’era industriale, ormai conta per un mero 10% delle emissioni globali. È politicamente importante, ma sostanzialmente marginale. La partita si gioca tra Cina e Usa, primo e secondo emettitore mondiale di CO2. E se Pechino è a suo modo impegnata nel processo negoziale, l’America di Trump se ne è fragorosamente chiamata fuori. E così le conferenze delle parti, anno dopo anno, sono giunte nel 2018 a quota ventiquattro (più la conferenza bis di Bonn) e i risultati sono quaresimali. Politicamente incoraggianti ma del tutto inadeguati alla bisogna.

L’atmosfera non crede ai passi in avanti politici, alle belle dichiarazioni, agli impegni solenni. L’atmosfera guarda solo ai fatti. Ed è un fatto incontrovertibile che le concentrazioni di CO2 in atmosfera continuino inesorabilmente a crescere anno dopo anno e hanno ormai superato la quota psicologica di 400 ppm, toccando i 410 ppm nel 2018. Nel 1992, anno di approvazione della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici (Unfccc), la concentrazione di CO2 in atmosfera era di 356 ppm. Questo significa che in soli ventisei anni l’aumento è stato del 26%. Se si considera che rispetto all’epoca preindustriale – su un arco quindi di duecento anni – l’aumento è stato del 44%, un innalzamento del 26% in ventisei anni è da considerarsi un disastro che l’Unfccc non è riuscito ad arginare. Il gigantesco processo negoziale ha prodotto un topolino: nei venticinque anni (1992-2017) trascorsi dall’Earth summit di Rio e, al 2017, dopo ventiquattro conferenze delle parti, le emissioni dei gas serra non sono scese, ma sono invece drammaticamente cresciute del 55%, quelle di Co2 del 65%. Un altro disastro che la convenzione sul clima non è riuscito ad arginare. La verità è che per rispondere in maniera adeguata alla minaccia dei cambiamenti climatici manca una sola cosa, purtroppo drammaticamente importante: la volontà politica. E la soluzione non è abbandonare la sfida, ma premere sulla poltica perché cambi le sue priorità e raddoppiare gli sforzi.