Che fosse improbabile, dopo 29 anni di latitanza, trovarlo a casa di uno dei suoi storici favoreggiatori gli investigatori lo sapevano. Perquisendo a tappeto chi, per anni, lo ha aiutato a nascondersi, si sperava di trovare però una traccia utile, un segno che potesse portare al ricercato numero uno: Matteo Messina Denaro, l’ultimo padrino stragista di Cosa nostra rimasto libero. E invece dalle ricerche che hanno impegnato oltre 150 poliziotti, scattate nel territorio da sempre "amico" del capomafia, non sarebbe emerso nulla di importante. Il decreto che ha disposto la maxiperquisizione, disposta all’alba di oggi, porta la firma di Paolo Guido, il procuratore aggiunto della Dda di Palermo che da anni dà la caccia a Messina Denaro. Gli agenti delle Squadre Mobili di Trapani, Palermo, Agrigento e dal Servizio Centrale Operativo si sono presentati a casa di 20 persone ritenute vicine al boss. Una operazione in grande stile condotta con apparecchiature speciali e il supporto dei Reparti Prevenzione Crimine di Sicilia e Calabria e degli elicotteri del Reparto Volo di Palermo. Un imponente spiegamento di forze nella roccaforte del boss che da sempre può contare su una fitta rete di connivenze sulle quali gli inquirenti continuano da anni a indagare. L’operazione ha interessato Castelvetrano, Campobello di Mazara, Santa Ninfa, Partanna, Mazara del Vallo, Santa Margherita Belice e Roccamena. La Valle del Belice, tra le province di Trapani ed Agrigento.