Andrea

Spinelli

Chissà quante volte in passato avrà detto no. Ma sulla soglia degli 80 anni i tempi cambiano anche per Bob Dylan e la cessione dei diritti del suo catalogo ad Universal Music Group deve essergli apparsa la scelta più logica davanti ai bilanci forzati del lockdown. Non è facile, infatti, calcolare l’impatto avuto sulla decisione di Mr.Tambourine dallo stop forzato del Neverending Tour per tutto il 2020, con la realistica possibilità di poter tornare nei teatri solo nel 2022 quando tenere il passo degli abituali 80 concerti l’anno costituirà una chimera o quasi. Ed è qui che sta, probabilmente, la ratio della scelta: l’essersi trovato improvvisamente inerme davanti all’inclemenza del tempo che passa con la conseguente necessità, finora sempre scantonata, di decidere i destini della sua opera. E la necessità di evitare liti famigliari come quelle deflagrate sull’eredità di Tom Petty può avere avuto un peso. In questo contesto, comunque, la cifra record dei 300 milioni di dollari versati da Universal finisce col cambiare poco il quadro generale, diventando piuttosto una semplificazione. Da quando nel ’70 s’è liberato del manager Albert Grossman, che in ragione di un contratto firmato di fretta intascava una quota considerevolissima dei diritti editoriali generati dalle sue canzoni, Dylan nella gestione commerciale del sacro repertorio è saltato su ogni opportunità, dalle auto alla birra, dai computer all’intimo. Difficile per chiunque fare meglio.