Burkini, mare e diritti "Lasciateci fare il bagno vestite" La protesta per le musulmane

Manifestazione al lido Pedocin dopo il divieto di entrare in acqua con l’abito islamico . Ma in spiaggia sale la tensione: "Andatevene in Arabia". La replica: "Facciamo come ci pare".

Burkini, mare e diritti  "Lasciateci fare il bagno vestite"  La protesta per le musulmane

Burkini, mare e diritti "Lasciateci fare il bagno vestite" La protesta per le musulmane

di Lorenzo Guadagnucci

E allora ci buttiamo tutte in acqua vestite. Detto e fatto. Ieri mattina a Trieste al bagno comunale La Lanterna, detto “il Pedocin”, famoso per il muro alto tre metri che divide i bagnanti maschi da femmine e bambine, decine di donne si sono lanciate in acqua con gonne, pantaloni, camicie, vesti varie addosso. Una risposta al fattaccio di una settimana fa, quando alcune donne musulmane, scese in acqua con i figli indossando pantaloni leggeri e maglietta (grosso modo il cosiddetto burkini), erano state aggredite con male parole da altre bagnanti, abbigliate con regolare bikini e insofferenti per l’altrui tenuta da mare. Ne era nato un parapiglia, con intervento pacificatore degli addetti al popolare bagno comunale (biglietto d’ingresso 1,10 euro), e conseguente scontro politico.

Il sindaco Roberto Di Piazza e le forze di destra hanno preso le parti delle bagnanti in bikini, indicando la necessità, per le donne straniere, di adeguarsi "agli usi e costumi locali"; altri hanno giustificato il diverbio con imprecisate ragioni di igiene. In rete è partita un’immediata mobilitazione in favore della libertà di abbigliamento, sfociata nel flash mob di ieri mattina a difesa delle donne in burkini discriminate e in nome del pluralismo di idee e comportamenti.

"Lasciateci fare il bagno in pace", hanno detto fra l’altro le manifestanti. In mare, alla fine del muro divisorio, dove l’acqua è ancora bassa, si è poi formato un girotondo di oltre settanta donne e mezza dozzina di uomini – tutte persone rigorosamente vestite, mano nella mano – per invocare libertà e rispetto. Lo stesso rispetto che in fondo ispirò – nel lontano 1903 – l’idea dello stabilimento balneare sdoppiato, concepito in era asburgica per consentire alle donne di godere del sole e del mare lontano da sguardi maschili, quindi con maggiore libertà. La discussione naturalmente resta aperta. Veli, burkini e coperture varie del corpo delle donne sono guardati con sospetto in Occidente, perché possibili strumenti di oppressione maschile, d’altronde sarebbe un paradosso (oltre che illegittimo) imporre alle donne in burkini di spogliarsi.

Ieri mattina nei cartelli delle manifestanti si indicava la via della biodiversità, ma in acqua non sono mancati insulti e battibecchi, specie lungo la linea di confine fra maschi e femmine. Qualcuno ha apostrofato in dialetto le manifestanti: "Tornate a casa vostra. Il bagno vestite così fatelo in Arabia". E alla risposta "ci vestiamo come ci pare e comunque siamo italiane", è scattata l’invettiva che ha chiuso provvisoriamente il confronto: "Traditrici!".

Trieste è una città di confine, in senso geografico, ma anche di frontiera, in senso politico e culturale, perché è da sempre un intreccio di popoli, lingue e religioni. È anche la tappa finale della rotta balcanica dei migranti, il primo approdo nell’Europa dei ricchi. Mentre al Pedocin si discuteva in acqua del burkini e del bikini, un paio di chilometri più in là, davanti alla stazione, nella ribattezzata piazza del mondo, un manipolo di volontari si prendeva cura delle decine e decine di persone che ogni giorno scendono in città dal Carso al termine di viaggi lunghissimi e rischiosi. Vengono dal Pakistan e dalla Siria, dall’Afghanistan e dall’Iraq e nella piazza del mondo, all’aperto, sulle panchine pubbliche, vengono curati per le ferite ai piedi, rifocillati, rivestiti, dotati di scarpe e zaini, e poi, in larga maggioranza, ripartono per altri Paesi europei.

L’assistenza è del tutto informale, garantita dai pochissimi triestini dell’associazione ’Linea d’ombra’ e dai molti volontari che vengono da fuori, in un flusso di solidarietà che dura da mesi; i triestini e le istituzioni sanno, osservano, non respingono ma nemmeno aiutano. I migranti dormono in rifugi di fortuna, in condizioni impossibili, nel vecchio silo abbandonato, la struttura che negli anni cinquanta a lungo ospitò i profughi istriani in fuga dalla Jugoslavia. La storia a Trieste si attorciglia e si ripete: una bella fetta della sfida esistenziale e politica dell’accoglienza, tanto difficile quanto necessaria, si gioca proprio qui.