Enrico Brignano, 54 anni, con la compagna Flora Canto, 38 anni
Enrico Brignano, 54 anni, con la compagna Flora Canto, 38 anni
"Sono tranquillo". Enrico Brignano ci risponde al telefono, poche ore prima del ritorno in tv. È tranquillo, mentre gioca con la figlia Martina, quattro anni, che sta usando come giocattolo la sua gamba. Stasera alle 21, su Raidue, Brignano debutta con la nuova stagione di Un’ora sola vi vorrei. Un one man show che lo vedrà, per 60 minuti, raccontare se stesso e le contraddizioni del presente. Con ironia. Lo farà insieme alla compagna Flora Canto, trentotto anni, da qualche mese in attesa del loro secondo figlio. "Sono tranquillo, anche se la paura c’è sempre. In fondo, sono sempre il figlio del fruttarolo di Dragona, sono il ragazzo che sembrava destinato a vendere le mele. Il palcoscenico sembrava un sogno impossibile. Ancora di più quando mi hanno scartato all’Accademia d’arte drammatica, e anche al Centro sperimentale di cinematografia". Dovette tenere i sogni nel cassetto per un altro po’? "In realtà se nasci in borgata, puoi anche avere sogni nel cassetto, ma quel cassetto è piccolo, e può rimanere sempre chiuso". Adesso, a quasi cinquantacinque anni, con trenta di successi alle spalle, come vive quei rifiuti iniziali?...

"Sono tranquillo". Enrico Brignano ci risponde al telefono, poche ore prima del ritorno in tv. È tranquillo, mentre gioca con la figlia Martina, quattro anni, che sta usando come giocattolo la sua gamba.

Stasera alle 21, su Raidue, Brignano debutta con la nuova stagione di Un’ora sola vi vorrei. Un one man show che lo vedrà, per 60 minuti, raccontare se stesso e le contraddizioni del presente. Con ironia. Lo farà insieme alla compagna Flora Canto, trentotto anni, da qualche mese in attesa del loro secondo figlio.

"Sono tranquillo, anche se la paura c’è sempre. In fondo, sono sempre il figlio del fruttarolo di Dragona, sono il ragazzo che sembrava destinato a vendere le mele. Il palcoscenico sembrava un sogno impossibile. Ancora di più quando mi hanno scartato all’Accademia d’arte drammatica, e anche al Centro sperimentale di cinematografia".

Dovette tenere i sogni nel cassetto per un altro po’?

"In realtà se nasci in borgata, puoi anche avere sogni nel cassetto, ma quel cassetto è piccolo, e può rimanere sempre chiuso".

Adesso, a quasi cinquantacinque anni, con trenta di successi alle spalle, come vive quei rifiuti iniziali?

"Ci sorrido, senza nessun senso di rivalsa. È difficile giudicare persone sconosciute, che ti arrivano magari a decine, e che ancora non hanno fatto niente. Cercai di non avvilirmi perché non mi avevano preso, e andai avanti. Per fortuna, per miracolo, fui preso nel laboratorio di esercitazioni sceniche di Gigi Proietti. E la mia vita cambiò per sempre".

Arriviamo a stasera. Qual è la forza di Un’ora sola ti vorrei?

"Uno dei punti di forza è che viene pensato e costruito in tempo reale: è una riflessione sul presente. Non si tratta di gag scritte qualche anno fa, ma di uno sguardo su quello che viviamo ogni giorno. E non soltanto per ‘far ridere’. Non siamo spasmodicamente attaccati alla risata fine a se stessa. È l’emozione quello che cerchiamo".

Avrete anche emozioni musicali. Quali ospiti si avvicenderanno?

"La prima ospite stasera sarà Nina Zilli, che già aveva illuminato la prima stagione dello show. Nelle prossime puntate ci sarà Casadilego, la diciassettenne dalla voce pazzesca, vincitrice di X Factor, rivelazione del 2020 musicale. Poi vedremo".

Sarà in scena con la sua compagna, Flora Canto, incinta al sesto mese del vostro secondo figlio. Quali pensieri le suscita questo intreccio fra spettacolo e vita vera?

"Penso a tutti quelli che affrontano maternità e paternità, oggi. È una grande prova di coraggio, pensare di avere un figlio in questo momento. E penso a chi, di figli, non può averne. Capisco il loro dramma: e mi chiedo perché il meccanismo delle adozioni sia così complicato, misterioso, difficoltoso".

Le scene sul lettone con la sua compagna Flora ricordano, nei temi e nelle atmosfere, le gag fra Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Si sente in qualche modo vicino a loro?

"Mi piacerebbe riuscire a fare anche solo un decimo di quello che riuscivano a fare loro. Sandra e Raimondo hanno insegnato tanto a tutti, e hanno trovato spunti di comicità per decine di anni. Noi siamo appena all’inizio…".

Quali vantaggi e svantaggi ci sono nel lavorare con la propria compagna?

"Il vantaggio è che le prove le puoi fare sul divano di casa, senza che sembri una molestia… Lo svantaggio è che ti porti sempre il lavoro a casa".

Che partner rappresenta per lei Flora?

"È una donna dotata di grande buon senso: riesce a vedere al di là di se stessa. Riesce a essere una mamma affettuosissima di una figliolina di quattro anni che ha bisogno di essere coccolata, divertita, impigiamata…" .

Come è stato cambiato dalla paternità?

"Mi sento molto più fragile, piango facilmente, e non ne ho vergogna. Ma sono anche più sicuro di me, ho dato un senso diverso al mio lavoro, e lo affronto con più leggerezza, con meno tensione".

Sua figlia Martina che cosa fa?

"È un vulcano di affetto. Quando aveva due anni, a tutte le persone che incontrava chiedeva: ‘Ma tu sei buono?’. Era la cosa più importante, per lei. E gli amici miei, tutti in crisi, che le dicevano: ‘Mah, non lo so’…".

Fino all’inizio della pandemia lei riempiva i teatri e i palasport. È stata dura fermarsi?

"È stato tremendo. Da trentacinque anni tutte le sere ero in scena. E nei palazzetti venivano diecimila persone a sera. Ora, da un anno non faccio più il mio mestiere. Se non avessi avuto la famiglia, avrei commesso follie. Sarei andato sul balcone dal Papa, a raccontargli delle storie nell’orecchio!".

In molti hanno visto in lei l’erede di una comicità romana, di uno spirito disincantato, garbato ma caustico, che era la cifra di Gigi Proietti. Sente questa responsabilità?

"Gigi Proietti è stato il mio maestro, il mio mito, è stato tutto per me. Sento l’enorme responsabilità di essere un piccolo frammento del patrimonio di esperienza che Proietti ci ha lasciato".

Qual è, da attore, il suo rapporto con l’ansia, con la paura del palcoscenico?

"La preoccupazione è il mio habitat. La paura di non ricordare tutto, o di non essere all’altezza delle aspettative. Stai sempre male prima di andare in scena. Poi arriva il primo applauso – preghi Dio che arrivi il più presto possibile – e tutto si scioglie, tutto prende una misura, un ritmo, un’armonia sua".

Che cosa si sente di dire ai tanti lavoratori del teatro, fermi da così tanto tempo?

"A chi gestisce questa emergenza direi di non perderci di vista. A chi è stato perso di vista chiedo di non mollare. Il teatro è necessario, necessario per la salute mentale di tutti: abbiamo visto anche in questa pandemia quanto sia fondamentale ascoltare storie e raccontare storie. Chi governa deve ricordarsene, mettere in grado la gente di teatro di attraversare questo lungo passaggio, questo ponte di legno sull’abisso, e arrivare all’altra sponda".