Davide Rondoni Il cinema italiano ha vissuto un momento di verità. Non seppelliamolo con un applauso. Alla giovanissima Emma dobbiamo qualcosa di più che una standing ovation. Nel momento in cui doveva esser premiato Mattia Torre per la miglior sceneggiatura del film Figli, essendo lui scomparso recentemente, è salita a ritirarlo lei, la figlia dodicenne. E così il film che ha portato in scena la vita di famiglie alle prese con la esperienza dell’esser genitori, ha generato – grazie a un grande regista che si chiama Mistero – una scena in più. È per così dire uscito dalla finzione e diventato un pezzo di realtà. E la commozione che questo fatto sta...

Davide

Rondoni

Il cinema italiano ha vissuto un momento di verità. Non seppelliamolo con un applauso. Alla giovanissima Emma dobbiamo qualcosa di più che una standing ovation. Nel momento in cui doveva esser premiato Mattia Torre per la miglior sceneggiatura del film Figli, essendo lui scomparso recentemente, è salita a ritirarlo lei, la figlia dodicenne.

E così il film che ha portato in scena la vita di famiglie alle prese con la esperienza dell’esser genitori, ha generato – grazie a un grande regista che si chiama Mistero – una scena in più. È per così dire uscito dalla finzione e diventato un pezzo di realtà. E la commozione che questo fatto sta suscitando dimostra, al di là del valore artistico, la pertinenza, la quasi urgenza di parlare di questa faccenda nell’Italia, sterile e spossata di oggi. I figli, tesoro e croce, gioia e scandalo, meraviglia e fatica. Ma occorre guardare bene dentro questo fatto, dentro quel che Emma ha portato sul palco.

Per non seppellirne la verità con una facile standing ovation, come spesso accade nel mondo dello spettacolo. Quante volte si applaude per non vedere davvero dentro la scena. Per scacciare quanto urge, se ci fermassimo a pensare dopo aver visto o ascoltato una cosa. Applauso, e via. Sarebbe terribile farlo anche con Emma, con il suo dolore e la sua grinta di dodicenne.

Lei ha portato sulla scena tutta il fisico e metafisico legame tra lei e suo padre. Ha portato una cosa magnetica e eloquente. Più forte di tante chiacchiere. L’esser figlia. La cosa che spesso dimentichiamo. E ha portato la famiglia, generazione di un padre e di una madre, il fratellino che la fa "ammazzare dalle risate". E poi un elenco di nomi di persone vicine. Fino a ricordare le ostetriche che fanno nascere i bambini.

Come a confermare ancora una volta quel che su queste colonne abbiamo ripetuto: le famiglie possono generare vita anche passando in mezzo a tante crisi, a patto che non siano sole. I nomi elencati da Emma sono la ’tribù’, la comunità che ha sentito vicina. Non si può essere genitori senza appartenere a una tribù, che a volte coincide con i vari gradi di famiglia naturale, altre volte con una fantasiosa brigata di gente diversa, amici, parenti, mezzi conoscenti.

Infatti, solo l’appartenenza a una comunità rafforza la cosa senza la quale si diventa sterili: la fiducia che bagna le radici della speranza. Uomini e donne cresciuti a pane e solitudine (e social), cresciuti nella diffidenza praticata, in una società che tende, per scelte ideologiche, a concepire l’individuo come singolo, come fanno a generare, a sostenere l’avventura di dare alla luce figli?

Oggi ognuno di noi è sempre concepito – dalle leggi e dai mercati – come ’solo’, consumatore o cittadino che dir si voglia, invece che persona dentro relazioni comunitarie. Ma questo spegne il Paese (e la gioia). Il legame potente tra figlia e padre, tra figlia e madre e con amici che Emma ha dovuto portare sul palco del David è un monito per politici cineasti e intellettuali dell’Italia sterile.

Lo diceva all’inizio del Novecento un poeta, Charles Péguy: il vero avventuriero ora è il padre di famiglia. E aggiungeva, forse avendo in mente tanti ritrovi intellettuali di allora e di ora: non c’è cosa peggiore dell’intellettuale ’celibe’, senza famiglia nè comunità.