Sabato 20 Luglio 2024
RITA BARTOLOMEI
Cronaca

Brandizzo: da Kevin a Michael a Giuseppe. Quei funerali infiniti davanti alle case degli operai

Il reportage: dai quartieri popolari di Vercelli alla campagna di Borgo d’Ale a Brandizzo. Lo strazio delle famiglie e il pellegrinaggio degli amici. Ancora non c’è una data per le esequie

Giovanni Caporalello, zio di Kevin Laganà, nel porticato di casa affollato di fiori e ricordi per il nipote morto nella strage di Brandizzo (Torino)

Giovanni Caporalello, zio di Kevin Laganà, nel porticato di casa affollato di fiori e ricordi per il nipote morto nella strage di Brandizzo (Torino)

Brandizzo (Torino), 13 settembre 2023 - La strage di Brandizzo è ‘raccontata’ sui muri delle case popolari, a Vercelli. In una cascina di Borgo d’Ale, nel silenzio della campagna piemontese. In una palazzina con un cortile affollato di bambini. Qui, dove vivevano i 5 operai rimasti uccisi, si sta celebrando un funerale infinito, nell’attesa del rito funebre che ancora non ha una data certa.

Abbiamo percorso la provincia piemontese per raccontarvi qualcosa delle vite in salita di chi è morto lavorando sui binari della ferrovia. L’ultimo viaggio di Kevin Laganà - il più giovane, aveva solo 22 anni -, di Giuseppe Saverio Lombardo, 52 compiuti, di Michael Zanera, 34enne, di Giuseppe Aversa, 49, e di Giuseppe Sorvillo, 43.

Giovanni Caporalello, zio di Kevin Laganà, nel porticato di casa affollato di fiori e ricordi per il nipote morto nella strage di Brandizzo (Torino)
Giovanni Caporalello, zio di Kevin Laganà, nel porticato di casa affollato di fiori e ricordi per il nipote morto nella strage di Brandizzo (Torino)

Kevin vive

’Kevin vive’ è diventato anche un hashtag sui social, un pensiero sul lenzuolo bianco tutto scritto, riempito di dediche e frasi d’amore, affisso sotto al porticato di corso XXVI aprile a Vercelli. Tra palloncini rossi a forma di cuore, fiori - tantissimi fiori - lumini, fotografie, qualcuno ha portato anche una corona dorata. Il papà Massimo sembra un ragazzo anche lui, sempre circondato dall’affetto di tutti, a qualsiasi ora del giorno e della sera. Antonino, il fratello maggiore di Kevin, non lo lascia un attimo. Lui ripete: “Aspetto di riavere mio figlio per seppellirlo”. Ascolta, ringrazia, risponde ma poi cerca un angolo discreto per isolarsi con il suo dolore. “Mio nipote lo chiamava di continuo, avevano un rapporto unico - racconta con le lacrime agli occhi Giovanni Caporalello, zio di Kevin -. Papà ti amo, gli aveva scritto poco prima di morire”. Il porticato di questo palazzo popolare è affollato di gente, di fiori e di dediche, è diventato il luogo della memoria e dell’addio. La famiglia, i parenti arrivati da Messina, dove sono le radici dei Laganà, la fidanzata giovanissima e spaesata, gli amici e i vicini. Ciascuno ha portato un ricordo, un fiore, un pensiero. La zia Giusy sente ancora gli abbracci di Kevin, travolgenti perché “lui ti salutava così, ti teneva stretta, per dirti che ti voleva bene”. Pensa al figlio Manuel che quella notte avrebbe potuto essere lì sul cantiere con gli altri, “ma eravamo ancora in ferie”. Scampato. Lo zio Giovanni si guarda attorno, “vede tutto questo affetto? Passano i giorni e si rafforza. Kevin era un ragazzo amatissimo da tutti. Mio fratello ancora non ci crede, ogni giorno con il telefono in mano, guarda e riguarda quel filmato di suo figlio”. L’ultimo video sui binari. Quella voce, se dico treno...

Giuseppe, il più esperto

Sono pochi minuti a piedi per arrivare alle case popolari di via Rodi, la casa di Giuseppe Saverio Lombardo è un’altra stazione del dolore. Una sua gigantografia accanto alla porta, il sorriso buono, il volto segnato di chi nella vita ha fatto sempre fatica. Palloncini rossi a forma di cuore, un lenzuolo per raccontare l’amore della famiglia, ‘sarai per sempre la nostra forza papà’, hanno scritto i tre figli.

Giuseppe era il più esperto del gruppo, lavorava alla Sigifer da 23 anni, racconta una cugina della moglie Barbara. “L’abbiamo saputo dalla televisione - è ancora incredula -. Abbiamo cominciato a fare mille chiamate e così abbiamo scoperto che era morto anche lui”. Barbara si fa forza e scende in strada. Si affaccia sulla porta, ha il volto esangue, gli occhi smarriti. Si vede che per lei è un grande sacrificio. “Giuseppe mi diceva sempre di stare tranquilla, che era un lavoro sicuro”. Lampi di quotidianità e pensieri strazianti. "I capelli appena ci vediamo te li taglio, promesso”, ha scritto qualcuno.

La pianta di Michael

Ancora case popolari, stavolta in via Cena, all’Isola di Vercelli. In questo giardinetto sta crescendo una pianta, “in memoria di Michael Zanera”, avvisa un cartello. Come non legare subito questo nome al post sul crocefisso, ricordate? “Dio mi vuole dire qualcosa sicuramente”, aveva scritto Michael poco prima di morire. Qui oggi vive la mamma Rosalba Faraci che quel crocefisso è come se glielo avesse messo al collo, con amore. Un rosario adorna la foto del figlio, appoggiata su un tavolinetto davanti alle finestre di casa, con i lumini per tenere vivo il ricordo. Ancora palloncini colorati, un cuore rosso, ‘non ti dimenticheremo mai’. Qualcuno ha scritto, “vola in alto Michael“.

Michael Zanera con la mamma Rosalba Faraci
Michael Zanera con la mamma Rosalba Faraci

Michael che viveva a Borgo Vercelli e andava a lavorare a piedi alla Sigifer, la casetta è in fondo a una stradina sterrata, il suo nome sul campanello, un cancello automatico, il cortile e gli scuri chiusi. La mamma confida: “Era così giù, aveva subito una truffa sentimentale. Approfittano della povera gente, di ragazzi deboli come mio figlio. Lavorava alla Sigifer da quattro anni e mezzo. Mesi fa aveva preso il diploma da saldatore. No, non mi raccontava mai le cose di lavoro, non voleva farmi preoccupare. Forse per le mie condizioni, sapeva che non sto bene”. Figlio unico, il papà morto troppo giovane. Quell’ultimo post, quel crocefisso sulle rotaie. “Mi ha chiesto, mamma cosa ne pensi. L’avevo rassicurato, magari è una cosa buona...”.

Nella cascina di Giuseppe Aversa

Fiori colorati, un biglietto dice ‘ti amiamo tanto’, candele e dediche anche davanti alla cascina ristrutturata tra i campi di Borgo d’Ale, dove si era trasferito dopo una vita a Chivasso Giuseppe Aversa, 49enne, negli anni Settanta il padre aveva lasciato Pizzoni, in Calabria, per trasferirsi al nord. La foto di lui al mare, una dedica straziante, Giuseppe che faceva il camionista ora “è partito per un lungo viaggio”. La mamma Lidia ha saputo dai social che il figlio non si era salvato. Piange: “Sono troppo arrabbiata. Ma adesso non voglio parlare, adesso dobbiamo pensare ai nostri figli”. “Famiglia abbandonata”, era stato il giudizio severo del sindaco di Chivasso.

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I bambini di Giuseppe Fiorillo

Ed è andata così anche per Daniela, la moglie di Giuseppe Sorvillo, nessuno l’ha chiamata per dirle che il marito era morto. Ora il dolore e lo strazio rimbalzano in questo cortile affollato di bimbi a Brandizzo, nella palazzina dove la famiglia era andata a vivere. Giuseppe aveva comprato una casa più grande proprio per i due figlioletti, che adorava. Alla stazione della strage, lì dai binari dove sono stati travolti gli operai al lavoro, oggi cosparsi di calce bianca, hanno portato fiori. La curva là in fondo, il rettilineo, quella domanda: perché gli operai non hanno sentito il treno? Chissà se si capirà mai.