Protesta a Milano (Ansa)
Protesta a Milano (Ansa)

Milano, 24 maggio 2020 - Molti anni fa mio padre, vedovo, si ammalò. E fu ricoverato all’Ospedale San Martino di Genova. Per assisterlo, lasciai Milano, ritornai nella casa dei miei genitori e, nei limiti del tempo che gli ospedali concedono ai visitatori, stetti sempre con lui. A parte qualche spicciolo di giornata speso a vagabondare per le strade della città in cui sono nato. Un giorno mi ritrovai nel sottopassaggio di Piazza De Ferrari (l’equivalente di Piazza Maggiore a Bologna, Piazza del Duomo a Milano, Piazza della Signoria a Firenze) e vidi che lì si era installato un lustrascarpe. Era un signore anziano, faccia vissuta e occhi malinconici che, tuttavia, non riuscivano a spegnere una certa fierezza. L’avessi incontrato al bar, mai avrei pensato che potesse fare il lustrascarpe. Incuriosito, mi accomodai sulla sedia rialzata e, mentre spolverava, ingrassava, lucidava, cominciai a intervistarlo. Era un comandante di nave in pensione. Aveva attraversato il mondo su grandi petroliere guadagnando benissimo. Ma l’eroina gli aveva portato via tutto: i risparmi di una vita e l’unico figlio, ucciso dalla droga che, negli anni ’70 e ‘80, aveva flagellato Genova. Perciò, dovendo onorare molti debiti e garantire un futuro al nipotino orfano, il comandante si era risolto a fare il lustrascarpe. Ecco decifrato il mix di melanconia e fierezza altrimenti inspiegabile.

Il bollettino della Protezione Civile del 24 maggio

Ci sono incontri che segnano. Quei venti minuti o poco più hanno un posto speciale nel mio cuore. Mi ricordano la felicità del tempo trascorso con papà, più di quanto ce ne fossimo mai preso assieme, a parte gli indimenticabili pomeriggi allo stadio. Che gioia, quando, dimesso dall’ospedale, gli comprai un gelato e ce lo gustammo sulla spianata di Castelletto guardando dall’alto la città e il porto, dove aveva lavorato tutta la vita. Fu proprio in quella circostanza che gli raccontai del lustrascarpe. E mio padre chiosò con la saggezza che noi abbiamo smarrito: "Chi veu travaggiâ u travaggia". Traduzione: "Chi vuole lavorare, lavora".

E, infatti, per la sua generazione (era nato nel 1926) rimboccarsi le maniche, darsi da fare, raccogliere, con umiltà e orgoglio, i frutti della fatica era scontato. O lavoravi, del resto, o non mangiavi. Nessuno regalava niente. La parabola del comandante di nave e la chiosa del portuale, entrambi uomini di mare, mi sono tornate in mente in questi giorni di voli charter dalla Romania e dal Marocco per importare lavoratori stagionali da impiegare nei campi. Mi domando quali commenti avrebbero fatto quei due genovesi rocciosi di fronte a una tale notizia. Anzi, me li immagino. Pensieri che oggi sarebbero considerati politicamente scorretti. E allora, per onorare la loro memoria, farò parlare i numeri. 

I lavoratori agricoli in Italia sono un milione e 200mila. La quasi totalità, un milione e 50mila, ha contratti a tempo determinato, cioè stagionali. E, perlopiù, arriva dall’estero: Albania, Bulgaria, India, Marocco, Polonia, Romania, Senegal, Tunisia. Covid-19 ha scombinato i piani di tutti, imprenditori agricoli e braccianti: con i confini sbarrati, si è aperta una voragine, calcolata in oltre 370mila unità. Praticamente, un terzo in meno delle persone necessarie alla raccolta. Panico nazionale, trattative internazionali per aprire il cosiddetto corridoio verde tra l’Est e l’Ovest europeo, ponte aereo con il Nord Africa. E, a quanto pare, problema risolto: avremo fragole e poi mele e anche l’uva e il vino. Tutto bene, quindi? Non proprio.

Gli italiani disoccupati sono 2 milioni e mezzo (dati Istat), di cui 1 milione e mezzo al Sud (dati Confindustria). I beneficiari del reddito di cittadinanza sono 1 milione e 21mila (dati Inps), di cui ben 379.515 single, cioè in grado di emigrare da una regione all’altra senza contraccolpi familiari. Oltre l’80 per cento di chi percepisce il reddito vive in Calabria, Campania e Puglia, dove la mancanza di braccianti ha rischiato di far marcire tonnellate di frutta e verdura. E allora è lecita una domanda: i 2.980 Navigator incaricati di trovare lavoro a chi ha il reddito di cittadinanza, retribuiti con poco meno di 28mila euro di stipendio annuo e ben presenti nelle zone dove servono braccianti (sono 195 a Napoli, 77 a Salerno, 78 a Bari e 170 sparsi per la Calabria), che cosa hanno fatto in questi mesi? E, parlando di tutta l’Italia, non solo del Sud, gli 8mila dipendenti dei 556 Centri per l’impiego (Cpi) quante domande e offerte di lavoro riescono davvero a incrociare? Nel 2018 appena 23mila (dati Banca d’Italia). 

Lo so. Siete frastornati da tutti questi numeri. E, allora, sintetizzo: paghiamo lo stipendio a quasi 11mila persone, tra Navigator e Cpi; paghiamo il reddito di cittadinanza a 1 milione e 21mila italiani; e, poi, importiamo oltre un milione di lavoratori dall’estero. Chiaro? Arrivati a questo punto, anche senza averli conosciuti, potete immaginare che cosa direbbero il comandante e il portuale se fossero ancora tra noi. Di certo, sarebbero parole irriferibili…