Borrelli e Di Pietro nel palazzo di giustizia di Milano (Fotogramma)
Borrelli e Di Pietro nel palazzo di giustizia di Milano (Fotogramma)

Milano, 21 luglio 2019 - È morto ieri mattina a Milano Francesco Saverio Borrelli, magistrato. Aveva 89 anni. Il suo nome resta, e resterà, per sempre legato alla stagione dell’inchiesta cosiddetta Mani Pulite, e di quella lunga scia – anche di veleni – che ne seguì. Ma Borrelli fu molto di meno, e quindi molto di più, dell’immagine che viene oggi consegnata alla storia.
Molto di meno, perché non fu lui il protagonista di Mani Pulite: non fu lui ad avviarla, né fu lui a trasformarla in una battaglia politica. E molto di più perché Borrelli non fu «il pm di Mani Pulite»: fu un magistrato. Uno di quelli che ancora pensavano di non essere servi di qualcuno, ma servitori di tutti.

Il 17 febbraio del 1992 facevo (già da cinque anni) il cronista giudiziario del Corriere della Sera. Era stata una giornata di quelle mosce, senza notizie, e così la sera uscii dal giornale con grande anticipo, verso le venti. Arrivato a casa – allora i cellulari erano un privilegio di pochissimi – mi dissero che mi aveva cercato il capocronista, Ettore Botti, per sollevarmi di peso e farmi tornare in via Solferino: «Hanno arrestato Mario Chiesa», aveva lasciato detto Botti. Lo richiamai per dirgli che, se aveva voglia di scherzare, poteva inventarsene una meno grossa. Mario Chiesa non era allora, infatti, un uomo potente: era l’uomo più potente di Milano. Che qualcuno potesse sognarsi di arrestarlo, era pura fantagiudiziaria. 

Ma era tutto vero. Antonio Di Pietro, un ex poliziotto tignoso come nessun altro nel fare le indagini, lo aveva pescato, come ci disse poi il giorno dopo in conferenza stampa, «con le mani nella marmellata». Era iniziata Mani Pulite. Nell’immaginario, l’inchiesta fu guidata appunto da Borrelli. Ma la realtà fu diversa. La realtà fu che Di Pietro scalpitava per mettere in galera tutti, e Borrelli – il suo capo – frenava. Perché frenava? Si diceva allora che per un tacito patto fra i partiti, la Procura di Roma spettava alla Dc, quella di Bologna al Pci, e quella di Milano al Psi. Vero o no che fosse, i socialisti a Milano si sentivano tranquilli: «Di Pietro – mi disse uno di loro – lo mandiamo presto a fare il vigile urbano a Gallarate». E Di Pietro era in effetti, in quei primi tempi, furibondo con il suo capo: «Mi manda ogni giorno in aula a fare i processi per le rapine, così che non posso proseguire le indagini sulla corruzione», si lamentava. Ma la verità era un’altra. Era che Borrelli, da magistrato rigoroso, non voleva forzature, errori, autogol. La prassi di mettere in galera qualcuno anche senza prove, «tanto poi qualcosa da confessare ce l’avrà», non era nelle corde di Borrelli. 

Solo dopo il cataclisma delle elezioni dell’aprile 1992, con il crollo dei partiti storici, molti imprenditori trovarono il coraggio di andare in Procura a confessare le tangenti. E solo allora poté davvero partire, con la regìa di Borrelli, il ciclone Mani Pulite.

Di lui ricordo, un pomeriggio di fine 1994, nel suo ufficio, uno sfogo accorato. Di Pietro aveva appena lasciato la magistratura, e pareva che avesse detto di essersi opposto all’avviso di garanzia che la Procura di Milano aveva appena inviato a Berlusconi. «Ma se è stato lui a insistere!», diceva Borrelli: «Lui a gridarmi in faccia “Io a quello lo sfascio!”... E ora dice che era contrario?». Credo che i due si siano poi chiariti: ma non del tutto. 

Di Borrelli magistrato serio e coscienzioso ho memoria anche per un altro episodio, precedente d’un bel pezzo rispetto a Mani Pulite. È il famoso, anzi famigerato caso della piccola Miriam Schillaci, una bambina di due anni che secondo un medico e un pm della Procura dei minori era stata sodomizzata dal padre, un insegnante di educazione fisica siciliano che viveva a Limbiate, alle porte di Milano. «Il padre l’ha usata come una bambola gonfiabile», disse il pm dei minori ai giornalisti, annunciando che aveva tolto la piccola ai genitori e aperto la pratica di adottabilità. «Vai in Procura che oggi arrestano il padre», mi disse il solito Botti. Per non sbagliare, in Procura andai subito da Borrelli. «Io starei cauto», mi disse, «stiamo facendo accertamenti, abbiamo forti dubbi». Mi spiegò perché non avrebbe arrestato quel povero papà. E aveva ragione, perché la perizia che Borrelli fece disporre accertò che la bambina non era stata sodomizzata: aveva un tumore al retto, del quale sarebbe morta poco dopo. 

È un peccato che oggi, di Borrelli, venga riportato solo quel «resistere resistere resistere» diventato abusivamente uno slogan politico. Borrelli non ha fatto politica: ha fatto il magistrato. Certo una parte della politica lo ha osteggiato: ma l’altra parte lo ha strumentalizzato. E continua a strumentalizzarlo, anche in queste ore.
Quando Borrelli andò in pensione, Carlo Verdelli – allora direttore di Vanity Fair – mi mandò a casa sua a intervistarlo. Ne uscì una confessione malinconica, che titolammo «Resistere, resistere, resistere sulla panchina dei giardini». Sull’uscio di casa mi congedò citando il Qohelet: «Per tutto c’è un momento, un tempo per ogni cosa sotto il cielo: c’è un tempo per nascere e un tempo per morire».