Il 'tatuaggio' della Blue Whale
Il 'tatuaggio' della Blue Whale

Roma, 23 maggio 2017 - «Sei idoneo. La balena blu ti aspetta e non potrai più tirarti indietro». Blue Whale Challenge è diventato un ‘gioco’ molto pericoloso sul quale sta indagando la Polizia Postale. Prova ne sono le giovanissime morti all’estero e in Italia (un 15enne si è gettato nel vuoto a Livorno, tre ragazzi sono stati salvati in extremis a Pescara), che per svariati indizi sembrano condurre al «videogame» mortale ideato dal russo Philip Budeikin. Una cosa è certa: sono centinaia gli adolescenti che in queste ore «tradiscono» una fame agghiacciante verso la Blue Whale e le 50 prove estreme che dovrebbero sfociare nel suicidio, come un demone che prima di finirti vuole accompagnarti nell’ultimo giro sulla giostra degli orrori.

Blue Whale, 11enne salvato. Stava per buttarsi dal tetto

Lo abbiamo fatto anche noi, fingendoci una 17enne problematica di nome Gemma alla ricerca della balena.  Gemma si è mossa in parallelo sia nel deep web che nella rete «ufficiale». Ha creato un profilo finto con tanto di selfie e poi si è lanciata alla ricerca di forum , siti e video, pubblicando hashtag a ripetizione, sperando di trovare un curatore per iniziare a ‘giocare’ (i più celebri sono #f57, #f58, #I_am_whale, #curatorsavemylife, ecc.). Il risultato? Ore di navigazione «travestiti» da ragazzina fragile, autolesionista e bullizzata con un solo obiettivo: ammazzarsi. Ed è bastato filtrare tweet e pos t sul social russo Vk per scoprire un vortice di disperazione e violenza.

Ma in questo viaggio oscuro Gemma ha incontrato il suo master ? Tempo un paio d’ore e siamo stati travolti da messaggi di spregevole brutalità, sia in inglese sia in italiano, inoltrati sui vari profili fake della giovane aperti in rete. «Vuoi la balena? Prima spogliati e fatti vedere nuda», «Perché non ti ammazzi direttamente buttandoti giù dalla finestra?», «Tagliati le vene poi mandami la tua foto. Amo il sangue...». Parole di una crudeltà inaudita inviati da account dai nomi improbabili (di chiara ispirazione russa, a dimostrazione della provenienza del fenomeno), che incarnano una chiara istigazione al suicidio. Non sono mancati i presunti curatori, coloro che secondo le regole della Blue Whale sarebbero gli unici titolati a prendere in carico l’adolescente per assegnarle le 50 prove.

Attratti dallo sconforto inamovibile di Gemma («Voglio morire... aiutatemi in ogni modo», il messaggio d’accompagnamento ai nostri vari hashtag ), siamo stati avvicinati con frasi del tipo «Stai cercando un master per il ‘gioco’? Scrivimi in privato», «Sono la persona che fa per te, ma devi essere pronta a tutto. Se cominci non si torna più indietro...». Senza paura abbiamo ceduto alle proposte, ma l’inganno era dietro l’angolo: «Non sono un curatore... perdonami! Vado pazzo per le ragazzine... mi regali una foto del tuo seno?». E ancora: «Vuoi ucciderti? Io il ‘gioco’ non lo conosco, ma prima di farlo facciamo sesso online... dai!». La ricerca della B lue Whale si è così trasformata nel viaggio in una terra di nessuno, una giungla virtuale sporca e squallida dove le menti più fragili – e quella di Gemma potenzialmente lo era – possono cedere e annullarsi. Anche senza bisogno di trovare la balena blu.