Roma, 4 maggio 2015 - NON SI CAPACITA. Da vent’anni in polizia, esperto di ordine pubblico, lui a Milano il primo maggio c’era. Con la tuta, il casco in testa e tanta adrenalina in corpo. Era dalle parti di Porta Ticinese. Resta anonimo e non potrebbe essere altrimenti. Racconta: «A un certo punto li avevamo chiusi in una piazza. In quel momento i black bloc si potevano bloccare, se ne potevano fermare parecchi. Invece...».

Invece?

«Invece non comando io e neanche i miei colleghi. Bastava spostare un po’ di uomini e si potevano chiudere del tutto. È vero che avremmo sguarnito il presidio verso la Scala, ma si poteva ridislocare solo una parte degli agenti».

Si sarebbero evitati i danni?

«Molte vetrine erano state già spaccate. Però li potevamo prendere subito, fermare».

Di chi è stata la decisione? Del funzionario che era in piazza?

«A noi l’ordine l’ha dato lui, ma già dalla vigilia si sapeva che l’orientamento era di evitare il contatto a tutti i costi. E così è stato, anche se abbiamo visto quello che è successo e, francamente, mi dispiace molto per Milano: una città che conosco e che amo».

Meglio vetrine e auto che persone ferite, dice il Viminale.

«Ovviamente si tratta di situazioni imprevedibili, tutto non si può prevenire. Meglio auto e vetrine che personale ferito, però mi chiedo perché non si può cercare di salvare tutto?».

Perché gli uomini delle forze dell’ordine sono troppo pochi?

«Sicuramente. Ma è anche vero che ci sono alcuni funzionari che i gradi sembrano averli vinti con i punti delle merendine. Ci sono stati dei momenti in cui tutti noi sapevamo che si potevano prendere, fermare. Ma il funzionario ha detto no. Era un ordine e noi agli ordini dobbiamo obbedire».

Però lei stesso pensa che questa fosse la direttiva del Viminale.

«Sì, però fa rabbia. Fa rabbia vedere la gente che piange perché ha il negozio distrutto. La gente che ti chiede perché non li hai fermati. Veniamo addestrati per fare queste cose, ma se poi non le dobbiamo fare perché ci addestriamo?».

I suoi colleghi sono d’accordo?

«Moltissimi. Tanti sono arrabbiati per Milano, ma anche per gli equipaggiamenti che ci danno. Pensi al collega colpito dalla molotov e che ha preso fuoco. I materiali dovrebbero essere ignifughi. Ma sta benino e questo conta».

Allora feriti ci sono stati.

«Lui, ustionato anche se non gravemente, ha addosso i segni delle botte dei colleghi: per spegnere le fiamme non sono andati per il sottile. Un altro collega ha una frattura a piede per un sanpietrino. E anche qui ci sarebbe da discutere sugli anfibi di dotazione. Sa che noi ci siamo comprati, a spese nostre, gli anfibi con la suola antiperforazione? Per stare tranquilli».

Notizie di altri contusi?

«Diversi si sono fatti refertare soprattutto per prudenza, per farsi vedere dal medico. Poteva andare peggio perché noi sappiamo che i black bloc a Milano volevano vendicare Genova».

Erano preparati. Anche la fuga era preordinata.

«Si sono creati una cortina di fumo che impediva la vista e, dentro, si sono cambiati. Hanno lasciato tutto a terra e si sono mischiati al corteo. Ci si poteva organizzare meglio e ne avremmo fermati molti di più. Forse ci volevano più agenti, meno prudenza. Potevamo prenderli».