Stefano

Cecchi

Non so come ci siano riusciti, ma il fatto che all’Università di Osaka, dopo un lungo processo con le cellule staminali della carne, si sia riusciti a creare una bistecca con una stampante in 3D, per molti potrà sembrare un piccolo passo verso il progresso alimentare, a me pare invece un grande balzo verso la fine del gusto e del piacere a tavola. Perché le tradizioni gastronomiche in Italia sono roba seria. Dalle lasagne alla bagna cauda, dalla brovada alla cassoeula, dietro ogni tradizione si cela una quantità enorme di storia che ne determina il sapore e il gusto. Roba che non appartiene alla categoria dello "sfamarsi" ma a quella, più piena, dei "piaceri della vita".

Per questo, da toscano, ho qualche dubbio che la bistecca la si possa mangiare passeggiando al cartoccio, figurarsi la costata 3D.

Per carità. L’afflato della scienza si sente eccome, ma da sempre la scienza ci dice cos’è possibile fare, non ciò che è giusto. Così, anche senza sapere dagli scienziati giapponesi se sulla bistecca di Osaka sia preferibile abbinare un Chianti riserva o un toner millesimato, possiamo tranquillamente affermare che questa, come già il gelato al puffo e le penne alla vodka, appartiene a qull’idea fallace che la modernità a tavola abbia qualcosa in più rispetto alla forza prepotente della tradizione. Ribadendo come, quando si impugnano coltello e forchetta, per essere moderni si debba essere ostinatamente antimodernisti.