di Cesare De Carlo Una pugnalata alla schiena. Non usa perifrasi Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri francese. La mano con il pugnale è quella del presidente americano Joe Biden, il quale con un annuncio notturno e senza alcun avvertimento alla Francia, le ha strappato il contratto del secolo. Un contratto da 56 miliardi di dollari per la fornitura all’Australia di una decina di sottomarini nucleari. Anziché alla società francese Naval Group la commessa andrà alle concorrenti americane General Dynamics, Huntington Ingalls, BWX Technologies, che – guarda caso – in campagna elettorale si erano dimostrate generose con il partito democratico. Ma il punto non è questo. Il mondo del business è pieno di contratti firmati e poi rescissi. Non è nemmeno tecnologico, anche se i sottomarini francesi sarebbero stati convenzionali mentre...

di Cesare De Carlo

Una pugnalata alla schiena. Non usa perifrasi Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri francese. La mano con il pugnale è quella del presidente americano Joe Biden, il quale con un annuncio notturno e senza alcun avvertimento alla Francia, le ha strappato il contratto del secolo. Un contratto da 56 miliardi di dollari per la fornitura all’Australia di una decina di sottomarini nucleari. Anziché alla società francese Naval Group la commessa andrà alle concorrenti americane General Dynamics, Huntington Ingalls, BWX Technologies, che – guarda caso – in campagna elettorale si erano dimostrate generose con il partito democratico.

Ma il punto non è questo. Il mondo del business è pieno di contratti firmati e poi rescissi. Non è nemmeno tecnologico, anche se i sottomarini francesi sarebbero stati convenzionali mentre quelli americani saranno nucleari. Il punto è di metodo e – ancora di più – di alleanze. Il metodo di Biden ricorda il Nacht und Nebel di Hitler. L’annuncio da Washington, come da Londra e da Canberra, è arrivato di notte e nel massimo segreto. Non ne sapeva nulla il presidente Macron e nemmeno ne sapevano nulla la Ue e la Nato. "Queste cose non si fanno fra alleati", dice ancora il ministro francese. E aggiunge "è una decisione brutale, unilaterale, imprevedibile, che mi ricorda il metodo Trump". In realtà nemmeno Trump nella sua erraticità sarebbe arrivato a tanto. Il contratto rubato alla Francia non solo era stato firmato cinque anni fa, ma era già in esecuzione. Specialisti australiani lavoravano a Cherbourg e i francesi negli stabilimenti australiani. Un minimo di sensibilità diplomatica sarebbe stata d’obbligo. Se non da parte dei governi britannico e australiano, certamente da parte di quello americano.

Joe Biden non è colui che, non più tardi della scorsa primavera, venne in Europa per assicurare il recupero dei legami atlantici trascurati dal predecessore? È accaduto il contrario. Anche la fuga vigliacca dalla base Bagram, in Afghanistan, è avvenuta di notte e senza un cenno agli alleati europei che per vent’anni avevano combattuto la stessa guerra. Per cui non deve sorprendere la sdegnata reazione di Josep Borrell, ministro degli Esteri Ue: "Capisco benissimo la delusione francese. Da ora in poi noi europei dovremo imparare a sopravvivere da soli".

Già, ma quando e come? Da decenni si moltiplicano gli appelli per un esercito europeo. Tutto quello che è venuto fuori sinora sono alcune brigate di pronto intervento. Ci vuol altro se gli europei non vorranno rimanere schiacciati nella guerra fredda fra Stati Uniti e Cina. "Puntiamo a lanciare – dice ancora Borrell – una coalizione anti-cinese insieme con India e Australia". Altro pio desiderio?

Nell’attesa Biden, Boris Johnson, premier britannico, e Scott Morrison, premier australiano, forniscono giustificazioni geopolitiche di ovvia evidenza. Dice il primo: il nostro futuro dipende da un libero e aperto scacchiere asiatico. Per il secondo i legami storici con l’Australia sono motivo sufficiente: l’Australia è membro del Commonwealth e da tempo navi britanniche incrociano nel Pacifico meridionale. Per il terzo la tecnologia francese era antiquata e dunque giustifica il passo indietro, pur con una penale di mezzo miliardo di dollari. In effetti i sottomarini Usa saranno nucleari e non convenzionali. Grande e silenziosa mobilità. Non sono dotati di armi nucleari, ma lo potranno nell’emergenza.

Quale emergenza? Non ci vuole un conoscitore di cose asiatiche per identificare nella Cina il pericolo strategico numero uno. Irritate le reazioni. Il suo espansionismo è crescentemente militare. Agli armamenti dedica una fetta consistente del bilancio statale. E dall’Afghanistan in poi intensifica le incursioni delle sue unità navali e dei suoi aerei nelle acque territoriali e nello spazio aereo di Taiwan. Taiwan, l’isola che rappresenta la Cina libera e democratica, può essere, in un futuro nemmeno tanto lontano, il casus belli. Incrociamo le dita. Pochi dubbi. La guerra fredda con la Cina appare molto più pericolosa di quella con l’Unione Sovietica. Quest’ultima era un gigante militare e un nano economico. La Cina è un gigante anche in economia. E da fredda quella guerra può diventare calda.

cesaredecarlo@cs.com