di Giampaolo Pioli "Presidente Biden, lei conosce Vladimir Putin. Pensa che Putin sia un killer, un assassino?", chiede l’intervistatore. "Sì, lo penso. E pagherà un prezzo per aver tentato di influenzare le elezioni del 2020". Non sarà una dichiarazione di guerra, ma mai risposta di un capo della Casa Bianca è stata più netta e tagliente nei confronti di un presidente russo. Joe Biden è risoluto e preferisce il ruolo di falco a quello di colomba. Mosca non viene considerata un nemico di Washington, ma un avversario da contrastare con forza, così come la Pechino del presidente Xi, che Trump aveva sfidato senza troppo successo con dazi e rappresaglie a Wall Street. Biden adesso sta voltando pagina. La diplomazia...

di Giampaolo Pioli

"Presidente Biden, lei conosce Vladimir Putin. Pensa che Putin sia un killer, un assassino?", chiede l’intervistatore. "Sì, lo penso. E pagherà un prezzo per aver tentato di influenzare le elezioni del 2020". Non sarà una dichiarazione di guerra, ma mai risposta di un capo della Casa Bianca è stata più netta e tagliente nei confronti di un presidente russo. Joe Biden è risoluto e preferisce il ruolo di falco a quello di colomba.

Mosca non viene considerata un nemico di Washington, ma un avversario da contrastare con forza, così come la Pechino del presidente Xi, che Trump aveva sfidato senza troppo successo con dazi e rappresaglie a Wall Street. Biden adesso sta voltando pagina. La diplomazia americana, a cinquanta giorni dall’entrata in campo del nuovo presidente democratico, vuole accelerare per ridisegnare gli scenari internazionali.

Le relazioni personali instaurate da Trump, soprattutto con la Corea del Nord e col leader del Cremlino, sono state azzerate. Sul prolungamento del nuovo accordo per la riduzione degli armamenti, Mosca e Washington hanno però schiacciato il bottone del ’reset’, concordando le modifiche in corso d’opera.

Per farlo senza il rischio di fallire, l’America vuol capire fino a che punto può contare sulla rete degli alleati, in Asia e in Europa. Il faccia a faccia tra Putin e Biden verrà solo in un secondo momento. Il richiamo nella capitale moscovita dell’ambasciatore russo negli Stati Uniti dopo le dure parole della Casa Bianca sul leader del Cremlino avvenuto ieri rischia di pesare sulle mosse future delle due capitali. La delicata questione iraniana e la riapertura di un dialogo con Teheran non possono prescindere dalla situazione in Siria, Libia, Libano e Medio Oriente.

L’approvazione di ulteriori sanzioni americane contro Mosca sarebbe la prova che, invece del disgelo, si sta andando verso una nuova Guerra fredda. Maria Zakharova, la portavoce del ministero degli Esteri russo e braccio destro di Lavrov, invita l’amministrazione Biden "a capire se si possono trovare modi per migliorare le relazioni russo-americane che sono in una condizione difficile e che Washington ha spinto in un vicolo cieco da anni. Siamo interessati a prevenire il loro degrado irreversibile, se gli americani capiscono i rischi che questo comporta". Un’esortazione con minaccia incorporata che, di fatto, fa capire quanto Washington intenda fare sul serio: sul tavolo dei due Paesi ci sono nodi annosi che vanno risolti, tra cui l’annessione unilaterale della Crimea (2014) e la violazione da parte di Mosca del confine ucraino nell’ovest del Paese.

Le stesse precisazioni dai toni forti il segretario di Stato americano, Tony Blinken, le rivolgerà oggi in Alaska ai colleghi cinesi in quello che sta diventando il primo pre-vertice tra le due superpotenze, reciprocamente ancora imbottite di dazi, restrizioni e richieste di estradizioni.

Non è un caso se la Casa Bianca, proprio alla viglia dell’incontro, ha sanzionato ben 24 fra alti dirigenti cinesi e di Hong Kong dopo il giro di vite imposto sull’ex colonia britannica nella quale, dopo le proteste di strada, Pechino ha bandito ogni atto di sovversione.

A Putin, il presidente Usa ha chiesto la liberazione del leader dell’opposizione Aleksej Navalny, prima avvelenato poi incarcerato. Agli uomini di Xi in Alaska, Joe Biden chiede il rispetto dei diritti umani con le minoranze musulmane, una politica non aggressiva e nemmeno soffocante nei confronti di Taiwan e di Hong Kong e i passaggi liberi delle navi nel mar della Cina. Se le parole non basteranno, però, diventerà molto complicato passare ai fatti o alle rappresaglie .