Paolo

Grilli

Con un moto di introspezione che avrebbe fatto gioire Freud, Matteo Berrettini ha subito individuato la causa della mesta uscita di scena dal torneo californiano di Indian Wells. "Mi sono mancate le energie, non avevo l’adrenalina giusta", ha sentenziato con lo sguardo basso il gigante del nostro tennis, settimo nel ranking mondiale, sconfitto dal non irresistibile statunitense Fritz (ben poco amico nell’occasione). Un’ammissione di colpa, un’accettazione dei limiti insondabili del proprio animo che da soli varrebbero mille applausi. La confessione di Matteo è stato un raro lampo di umanità in un mondo dello sport ormai cibernetico che macina muscoli e carriere senza troppo rispetto.

Alla fine si torna sempre lì: contano cuore e cervello, prima di tutto. Berrettini aveva attinto a ogni loro energia in estate, quando aveva agguantato la finale di Wimbledon: nessun italiano c’era mai riuscito nella storia. Ora però anche il colosso deve riposare e respirare. Quanti campioni hanno costruito la propria leggenda sulla solidità del carattere e sul piacere puro della contesa: Muhammad Ali, Senna, Schumacher, Jordan, lo stesso Nadal nel tennis. Eroi di classe infinita e di animo indomito, elementi distintivi che non puoi né costruire né allenare. Ma pure loro, in qualche modo, costretti a fare i conti con un’adrenalina che ama fare le bizze, e che magari manca all’appello proprio mentre milioni di persone ti guardano e da te pretendono solo meraviglie.