Bernardo Provenzano, il giorno della cattura (Ansa)
Bernardo Provenzano, il giorno della cattura (Ansa)

Milano, 13 luglio 2016 -  E' morto il boss mafioso Bernardo Provenzano, capo di Cosa Nostra. Ottantatre anni, malato da tempo, Provenzano venne arrestato in una masseria di Corleone l'11 aprile del 2006 dopo una latitanza di 43 anni. Binnu u’ Tratturi, come lo chiamavano i suoi, era ricoverato al San Paolo di Milano, che al suo interno ha alcune di stanze di massima sicurezza per chi è in regime di 41 bis. A Milano era arrivata anche la moglie Saveria Benedetta Palazzolo, chiamata dai medici in quanto le condizioni di Provenzano, da due anni in stato vegetativo, si erano particolarmente aggravate.

NIENTE FUNERALI IN CHIESA - Niente funerali in chiesa per il boss, ha deciso il questore di Palermo Guido Longo per motivi di ordine pubblico, come già avvenuto in passato per altri casi analoghi. I familiari del capo mafia, ha spiegato il questore, potranno accompagnare in forma privata la salma del congiunto nel cimitero di Corleone.

Il casolare dove l'11 aprile 2006 fu arrestato Bernardo ProvenzanoL'ARRESTO - Le indagini che portarono all'arresto del boss di Cosa Nostra s'incentrarono soprattutto sull'intercettazione dei famosi pizzini, ovvero i biglietti con cui comunicava con la compagna, i figli, il nipote Carmelo Gariffo e il resto del clan. Dopo l'intercettazione di questi pizzini e alcuni pacchi contenenti la spesa e la biancheria, movimentati da alcuni staffettisti di fiducia del boss, i poliziotti della Squadra mobile di Palermo e gli agenti della Sco riuscirono a identificare il luogo in cui si rifugiava Provenzano. Era ricercato dal 9 maggio 1963, dopo l'ennesimo agguato della faida fra la cosca di Luciano Liggio, di cui faceva parte, e quella del dottore Michele Navarra.

FOTO Identikit e foto segnaletiche

I PROCESSI - Provenzano è stato condannato a svariati ergastoli, tra l'altro, per diversi omicidi eccellenti di mafia (tra gli altri, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Boris Giuliano). Condanna anche per le stragi di Capaci e di Via D'Amelio, nelle quali hanno perso la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Era imputato anche nel processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, ma non partecipò per motivi di salute. E' transitato nei carceri di Terni, Novara e Parma. Le sue condizioni di salute nel corso degli anni sono via via peggiorate. Il ricovero all'ospedale San Paolo di Milano, risale al 9 aprile 2014. Proprio al San Paolo oggi è morto.

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SEMPRE CARCERE DURO - L'avvocato del boss, Rosalba Di Gregorio, viste le gravissime condizioni di salute di Provenzano, ha presentato due istanze di revoca del carcere duro e tre di sospensione dell' esecuzione della pena. Tutte sono state respinte.  "L'ultimo rinnovo del provvedimento che gli applicava il carcere duro era stato notificato al figlio Angelo, nominato curatore speciale del padre incapace. Questo perché sia chiaro in che condizioni si trovava", ha detto l'avvocato. Alle due istanze di revoca del 41 bis presentate nel tempo al tribunale di sorveglianza di Roma avevano dato parere favorevole le Procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta, titolari dell'accusa negli ultimi procedimenti a carico del boss. Mentre si era opposta la Direzione Nazionale Antimafia. I giudici romani hanno respinto le due istanze. Respinte anche le tre istanze di sospensione della pena. L'ultima presentata al tribunale di sorveglianza di Milano che, pur riconoscendo le gravissime condizioni di salute del boss e l'assenza di pericolosità, con una decisione, poi confermata dalla Cassazione, avevano ritenuto che il capomafia dovesse rimanere in carcere.

L'ULTIMO 'NO' - I "trascorsi criminali" di Provenzano e il "valore simbolico del suo percorso criminale" lo espongono, "qualora non adeguatamente protetto nella persona" e "trovandosi in condizioni di assoluta debolezza fisica", a "eventuali 'rappresaglie' connesse al suo percorso criminale, ai moltissimi omicidi volontari dei quali è stato riconosciuto colpevole, al sodalizio malavitoso" di cui è stato "capo fino al suo arresto". È questo uno dei motivi per cui il giudice di sorveglianza di Milano due giorni fa ha detto no alla scarcerazione del boss.