di Stefano Cecchi "Davvero è per me?". La lettera autografa di Paolo VI arrivò nelle mani di Amintore Fanfani nel mezzo dello scontro parlamentare per l’elezione del presidente della Repubblica che doveva succedere ad Antonio Segni. Era il dicembre del 1964. Passata la sorpresa, l’esponente Dc la lesse con calma, poi ordinò carta e penna e, al Pontefice che gli chiedeva di ritirarsi dalla corsa per il Quirinale per salvare l’unità del partito, rispose: "Dal giorno della morte di papa Giovanni prego Iddio che mi dia fede e pazienza per sopportare amarezze, incomprensioni e difficoltà e nel pregarlo lo ringrazio per l’aiuto che mi dà". Una lettera rispettosa nella forma ma durissima nella sostanza, con la quale l’ex segretario Dc rispondeva all’ingerenza pesantissima del Vaticano nelle questioni politiche italiane. "Abbiamo assistito a uno dei massimi interventi delle autorità ecclesiastiche...

di Stefano Cecchi

"Davvero è per me?". La lettera autografa di Paolo VI arrivò nelle mani di Amintore Fanfani nel mezzo dello scontro parlamentare per l’elezione del presidente della Repubblica che doveva succedere ad Antonio Segni. Era il dicembre del 1964. Passata la sorpresa, l’esponente Dc la lesse con calma, poi ordinò carta e penna e, al Pontefice che gli chiedeva di ritirarsi dalla corsa per il Quirinale per salvare l’unità del partito, rispose: "Dal giorno della morte di papa Giovanni prego Iddio che mi dia fede e pazienza per sopportare amarezze, incomprensioni e difficoltà e nel pregarlo lo ringrazio per l’aiuto che mi dà".

Una lettera rispettosa nella forma ma durissima nella sostanza, con la quale l’ex segretario Dc rispondeva all’ingerenza pesantissima del Vaticano nelle questioni politiche italiane. "Abbiamo assistito a uno dei massimi interventi delle autorità ecclesiastiche in un’operazione di scelta di persone e di politiche, con il risultato di logorare inutilmente il prestigio della Chiesa", annotò in quei giorni il braccio destro di Fanfani, quell’Ettore Bernabei, leggendario direttore generale che governò la Rai per 14 anni, (dal 1960 al 1974), e che poi per altri 17 ebbe in mano le redini dell’Italstat. Un boiardo di Stato, come si usava dire al tempo, anzi: il più boiardo di tutti, per capirci.

È uno dei tanti episodi inediti contenuti nel libro Ettore Bernabei, il primato della politica, scritto da Piero Meucci che l’editore Marsilio fa uscire alla vigilia del centenario della nascita di Bernabei, che ricorre il prossimo 16 maggio. Un libro basato sui taccuini che lo stretto collaboratore di Fanfani tenne dal 1956 al 1984, di fatto uno spaccato di quel piccolo mondo antico democristiano che bene svela come certe scelte politiche e certi ruoli dirigenziali si generarono. Nei diari, oltre alla lettera inedita di Paolo VI che involontariamente favorì l’elezione di Giuseppe Saragat al Colle (a farne le spese fu Fanfani ma anche Giovanni Leone, che poi la spuntò 7 anni dopo) spicca ad esempio il racconto fatto da Moro della trombosi cerebrale che colpì il presidente Segni mentre era a colloquio con lui e con Saragat, costringendolo alle dimissioni. Un racconto mai fatto da nessuno dei presenti prima: "A un certo punto davanti a noi Segni ha cominciato a parlare con difficoltà, come se avesse una caramella in bocca. Quando ci siamo alzati abbiamo visto che barcollava. L’abbiamo sorretto perché non precipitasse, ma purtroppo per mezz’ora non abbiamo trovato nessun medico".

Ovviamente ampio spazio è dedicato all’annus horribilis 1978, l’anno del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro. I diari descrivono le trattative tra Fanfani e il segretario socialista Bettino Craxi per tentare di salvare lo statista democristiano, in controtendenza con la linea ufficiale della Dc e del Pci, allora alleati di governo indisponibili a ogni concessione ai brigatisti. Il 26 aprile un incontro riservato fra i due avvenne proprio a casa Bernabei: "Craxi parlò dell’eventualità di studiare atti di grazia che potessero salvare la vita a Moro". Fanfani fu possibilista e chiese chiarimenti. Ma sullo sfondo dei colloqui c’era di più: la volontà di rimettere in piedi un asse Dc-Psi che mettesse ai margini il Pci. L’8 maggio, il giorno prima del ritrovamento del cadavere di Moro, "per tutta la giornata Fanfani rimase in contatto con Craxi nell’estremo tentativo di far compiere al capo dello Stato un gesto che servisse a liberarlo". Leone si dichiarò disposto a concedere la grazia a una detenuta indicata dal Guardasigilli Giuliano Vassalli, "ma Andreotti – si legge nei verbali – ha dichiarato che non l’avrebbe mai controfirmata".

Il sigillo a ogni possibile tentativo di salvare Moro. Dagli appunti emergono con nettezza anche i rapporti difficili fra Fanfani e De Mita, che "non si amano, anzi c’è quasi fra loro una diffidenza e una reciproca insopportabilità".

Le note dell’ultimo dei diari politici di Bernabei si chiudono con la bufera che scoppiò intorno alla Rai nel 1984 per il contratto miliardario concesso a Raffaella Carrà (sei miliardi di lire per tre anni). "L’enormità del contratto rientra nella guerra scatenata dalle private che, per strappare ‘divi’ alla Rai, hanno concesso cachet strabilianti – scrive Bernabei –. Io ho suggerito che la Rai dovesse stare al gioco per non perdere il suo pubblico. Sono i politici che devono imporre per legge alle private gli stessi limiti che ha la Rai, facendo così cessare gli abusi di uno stato di fatto di assoluta illegalità".