Giorgio Comaschi Far finta di essere sani, come diceva Gaber. Il "far finta" è la moda. Facciamo finta, perché non siamo sani. Siamo malati. E anche molto. E allora Sanremo, per distrarci, dove è in una bolla di vetro (se la girano vien giù la neve), i conduttori fanno finta di divertirsi (ma è tutto scritto alla lettera dagli autori), gli applausi sono finti, perfino l’orchestra quando...

Giorgio

Comaschi

Far finta di essere sani, come diceva Gaber. Il "far finta" è la moda. Facciamo finta, perché non siamo sani. Siamo malati. E anche molto. E allora Sanremo, per distrarci, dove è in una bolla di vetro (se la girano vien giù la neve), i conduttori fanno finta di divertirsi (ma è tutto scritto alla lettera dagli autori), gli applausi sono finti, perfino l’orchestra quando applaude lo fa perché uno gli fa il gesto del clap clap dietro le camere. I vestiti sono finti perché è roba che se uno la mette nella vita lo arrestano. Fiorello stesso fa meno ridere, anche perché il Velociraptor che ha di fianco non lo aiuta, impegnato a leggere da sempre nei suoi display. E la gente si stufa (altro che "miracoli di ascolti in questo momento" dice Amadeus. In casa c’è il triplo di gente in più che preferisce altro).

È finto il calcio, allo stesso modo di Sanremo. Senza pubblico è finto. Così come è finta la triste farsa di entrare distanziati e poi abbracci e intruppamenti bestiali in campo. È finto perfino il gol, che deve aspettare un microscopio, ed è finto anche il fatto di annullare un gol per la punta di un naso in fuorigioco. Sono finti i calciatori che fanno gol e non esultano perché mille anni prima giocavano in quella squadra a cui hanno segnato. Perbenismi purulenti. E chi ci crede? E chi ci crede che ci credono? È finto Masterchef (così come Grandi Fratelli e Isole) con finte liti, finti pianti, finte emozioni, tutto scritto, tutto letto nei gobbi, ta tàn ta tàn, ogni volta che si deve aprire una busta, con una suspance che è un invito a far partire la ciabatta verso il televisore. Facciamo finta di essere sani. E allegri. Si può capire, certo, ne abbiamo bisogno. Ma allora fa sorridere e rilassa il candore puro di Orietta Berti. Vestita come un boero d’accordo, ma vera. Lei canta e basta. E sa cantare. E forse si diverte pure. E chissenefrega se dice Naziskin invece di Maneskin. Noi intanto ci beviamo le favole. Benvenuti nella Gran Fiction Italia.