Viviana

Ponchia

E i giovani a un certo punto si arrangino. Detto con l’affetto e il tono usati di recente nei confronti di un figlio in pieno marasma da vittima. Non ti piace il mondo? L’epoca? Questa casa? Non ti piace tua madre? Alzati e fai la rivoluzione. Smettila di commiserarti e di ascoltare De Andrè (La canzone dell’amore perduto: alla tua età?). Spacca tutto. Usa il megafono e la piazza, mettici la faccia. Rinnegami e dimmi che ho sbagliato, che volevi un fratello. Fonda un partito. Di notte, in cantina, con quattro svitati. E tu a capo dei matti come quando vai in curva allo stadio: per gli affronti del destino e in forma di risarcimento per la coabitazione con i gobbi, il Toro passa in Champions d’ufficio.

Mettici quella forza visionaria, apri una raccolta di firme per la liberalizzazione dei cortili: è consentito giocare a pallone fino all’alba. Non c’è lavoro? Provali tutti, anche gratis. Fai il barista, il garzone di vivaio, il cercatore d’oro. E inventane di tuoi per sparigliare quando mostri il curriculum: dai 18 ai 22 ho fatto l’acchiapasogni. Cercati un maestro (va bene anche De Andrè) e impara più che puoi sul diritto d’impresa ma anche sul sifone. Se vuoi qualcosa corri a prenderla, almeno provaci: con il gelato al gianduia sei bravissimo anche se piove. Bombarda il mondo di desideri impossibili, sposa le cause perse per farle vincere. La rivoluzione non arriva a domicilio come un pacco di Amazon. Non la porta Babbo Natale. Figuriamoci un politico.