Lino Banfi, 84 anni, ha detto che reciterà in un film drammatico perché ha solo voglia di piangere (in foto. a una mostra su Sordi)
Lino Banfi, 84 anni, ha detto che reciterà in un film drammatico perché ha solo voglia di piangere (in foto. a una mostra su Sordi)

Roberto

Pazzi

Spero proprio che Lino Banfi ci ripensi. L’attore ha detto: "Reciterò in un film drammatico, col Covid avevo voglia di piangere". Ma poche cose sarebbero così auspicabili e terapeutiche, nella presente stagione storica, come una divertente commedia che ci faccia esplodere in una bella e sana risata fino a imitare quella del Falstaff, consapevole che "tutto nel mondo è burla". Aggiungere invece un dramma triste alla mestizia dilagante, evoca un amaro adagio toscano sulla superfluità di appioppare "agli zoppi grucciate". Sul potere temuto del riso si sono combattute vere guerre teologiche. Basterebbe ricordare il finale de ’Il nome della rosa’ di Eco con quell’oscurantista frate Jorge da Burgos, che si uccide incendiando la biblioteca dove con lui perisce l’ultima copia del secondo libro della poetica di Aristotele, quello sulla comicità. Così da far regnare nelle regole della drammaturgia, l’altro libro, quello sulla tragedia.

Siamo con la scelta di Banfi ricondotti a una vecchia inclinazione piagnona dell’arte, dove grandi opere letterarie estranee al senso della trascendenza e sensibili invece alla felicità dei sensi, sono così rare. Forse, caro Banfi, non meditiamo mai abbastanza quanto sia prezioso difensore della nostra voglia di vivere Boccaccio, la cui vis comica nasce per opporsi alla peste. Ma ricordiamo anche Ariosto, Mozart e Rossini, capaci di farci ridere dei vari aspetti della natura umana, accettata per quello che è.