Balenottera comune (foto istituto Tethys)
Balenottera comune (foto istituto Tethys)

Milano, 16 febbraio 2021 - Hanno dato un nome alla balenottera di Sorrento. L'hanno 'riconosciuta' per una tacca "molto caratteristica" sulla pinna dorsale. I ricercatori di Tethys - istituto che dall'86 si dedica alla conservazione dell'ambiente marino e ha proposto per primo la creazione del Santuario Pelagos  - hanno messo a confronto il dettaglio - uno di quelli che consentono l'identificazione di un cetaceo - e hanno scoperto che corrisponde perfettamente alla forma di Urania, balenottera avvistata e fotografata nel giugno 1994 al largo della Costa Azzurra.

 

Manca la prova del nove, la colorazione del lato destro, verifica impossibile perché la carcassa ritrovata in Campania era in avanzato stato di decomposizione. Ma "la pinna dorsale  fotografata dagli esperti del Cert che hanno eseguito di recente la necroscopia, paragonata a quella dell’animale avvistato 27 anni fa, fa pensare ragionevolmente che, purtroppo, abbiamo perso una 'vecchia' conoscenza", conclude Simone Panigada, 51 anni, biologo, presidente di Tethys (https://www.tethys.org/). 
Resta il mistero dell'altra balena, comparsa a Sorrento e mai ritrovata.

"Il protagonista del video registrato il giorno prima era un esemplare più piccolo della balenottera comune che è stata poi ritrovata morta".

Possono essersi "smarrite" perché confuse dai rumori?

"La risposta alla domanda resta  nel mondo della speculazione più che delle certezze. Però è possibile che i due esemplari non siano riusciti a mantenersi in contatto proprio per questo".

Le comunicazioni sono un segnale della salute delle balene. Quanto sono disturbate dall’uomo?
“Il problema è che il rumore di fondo del mare, prodotto dalle migliaia di imbarcazioni, si concentra proprio intorno alle bande dai 15 ai 35 Hz, le stesse che usano questi cetacei. Quindi nelle zone più trafficate possono avere difficoltà. Le  comunicazioni possono essere mascherate".

Per le balenottere si può parlare di canto come per le megattere?

“Non si può proprio definire così.  I suoni piuttosto sono paragonabili a muggiti, se riprodotti alla velocità raddoppiata o triplicata. Sono monòtoni, non hanno il fascino che possono avere i canti delle megattere. Ma questo non vuol dire che siano meno interessanti". 
Che distanze coprono?
“Hanno caratteristiche  spettacolari in termini di propagazione. Avendo la frequenza molto bassa, intorno ai venti Hz, la lunghezza d’onda - inversamente  proporzionale alla frequenza -, è amplissima. Quindi il suono di una balenottera comune in condizioni ottimali si può propagare per centinaia di chilometri. E' stato sperimentato nell'Oceano Atlantico".
La balena è da sempre nel nostro immaginario anche letterario. Come è nata la sua passione?
“Da bambino, andando in barca a vela con i miei genitori. Ero abituato ai delfini, non avevo mai visto i capodogli. Da quel momento è nata l’idea di fare qualcosa per proteggerli e conservarli. Perché anche figli e nipoti possano avere esperienze simili, di questo livello emotivo”.
La voce del capodoglio qual è?
“Come uno schioccare della dita, molto intenso, prodotto durante le immersioni, dei clic. Li usa per comunicare ma soprattutto nella ricerca del cibo, per stordire le prede.  Con un idrofono è molto facile sentirlo a cento metri di profondità".
La vostra missione?
“Tethys si occupa  di migliorare lo stato di conservazione dei mammiferi marini, nel Mediterraneo soprattutto. Poi abbiamo progetti in giro per il mondo, in collaborazione con diversi istituti di ricerca.  Dal '90 ogni estate una nostra imbarcazione  parte da Portosole a Sanremo alla ricerca di balene, delfini, capodogli, tartarughe. Da maggio a settembre, abbiamo la possibilità di avere partecipanti che con il loro contributo  finanziano le spese vive della ricerca”.







Visto dai cetacei che studiate, qual è lo stato del Mediterraneo?

"Le balene e i cetacei in generale sono organismi molto forti, quindi sono in grado di rispondere  anche ai cambiamenti. Ma l'inquinamento c'è. Loro sono le sentinelle ma non dobbiamo pensare che se ci sono allora va tutto bene, continuiamo pure a buttare  la plastica. Le balene sopravvivono al nostro scempio perché sono più forti di noi. Si adattano a una situazione perturbata. Ma noi dobbiamo essere attenti a come trattiamo l'ambiente.