Badanti (da Qn)
Badanti (da Qn)

Roma, 30 ottobre 2017 - Sono ufficialmente oltre 375mila e nel giro di poco più di dieci anni, entro il 2030, diventeranno circa mezzo milione. Sono le badanti, assistenti familiari alle quali ricorre e dovrà ricorrere sempre più e sempre più inevitabilmente una società con una popolazione crescente di anziani e «grandi anziani», spesso non autosufficienti. Assieme a colf e baby sitter (oltre 500mila le regolari), costituiscono l’esercito delle lavoratrici domestiche. Un settore che, con andamenti annuali oscillanti, raggiunge comunque i 900mila addetti contrattualizzati. Con un costo complessivo per le famiglie che tocca i 7 miliardi annui, tra retribuzioni, Tfr e contributi (un miliardo). Ma anche un settore che ha un sommerso altrettanto rilevante: e così il totale di lavoratori supera i 2 milioni e il giro d’affari va oltre i 15 miliardi.

Senza considerare nel conteggio le prestazioni occasionali regolari, prima svolte attraverso i voucher e oggi, in misura molto più limitata, ricorrendo al cosiddetto Libretto Famiglia. Per costruire una mappa o una radiografia del lavoro domestico in Italia, con un faro specifico sulle badanti, vale la pena rifarsi al Dossier realizzato per Domina (l’Associazione dei datori di lavoro del comparto) dalla Fondazione Leone Moressa. Ebbene, i ricercatori del Centro studi partono da alcuni dati di fatto. Negli ultimi anni il lavoro domestico in Italia e in Europa ha acquisito sempre maggior rilevanza, facendo fronte all’invecchiamento demografico, da un lato, e alla crescente partecipazione delle donne al mercato del lavoro, dall’altro. Considerando il progressivo calo della spesa pubblica per la famiglia e l’assistenza, le famiglie si trovano ad essere il fulcro del sistema nazionale di welfare, con più responsabilità che benefici. Nel caso italiano, la popolazione con più di 75 anni di età rappresenta l’11 per cento del totale, un valore che arriverà al 23% nel 2050. E questo incremento determinerà un significativo aumento della richiesta di servizi di collaborazione domestica e, principalmente, di assistenza familiare. D’altra parte, si tratta di un trend cominciato qualche decennio fa e che nell’ultimo ha visto un vero boom. Si è passati dai complessivi 479mila occupati del 2006 ai 984mila del 2009, a oltre un milione nel 2012 (anno della grande sanatoria), con andamenti altalenanti negli anni successivi, legati all’impatto della crisi economica anche in questo settore con il passaggio in nero di migliaia di rapporti. A conti fatti, nel 2015 presso le famiglie italiane sono stati assunti in regola 886.125 lavoratori domestici. Nel 2016 sono scesi a 866.747, con un decremento del 3,1 per cento: ma i dati assestati e utilizzati, insieme con quelli Istat, dagli studiosi della Fondazione sono quelli del 2015. E, infatti, quel che conta è che tra il 2007 e il 2015 il numero è cresciuto del 42 per cento: tra il 2006 e il 2009, addirittura del 105 per cento. Del totale, il 57,6 per cento è costituito da colf, mentre il 42,4 da badanti. E se consideriamo la provenienza di queste ultime, si riscontra che il 61 per cento viene dall’Europa dell’Est, con rumene, ucraine e moldave in testa. Ma, attenzione, il 20 per cento è rappresentato dalle italiane. Anzi, tra il 2008 e il 2015, anche per effetto della crisi economica, le badanti italiane sono cresciute del 10 per cento, mentre quelle dell’Est sono calate del 14 per cento. Quote minori ma in aumento riguardano le asiatiche, le nord-africane e le sud-americane.

Se guardiamo, invece, alla distribuzione territoriale del lavoro domestico regolare, notiamo che la Lombardia è la regione che registra in Italia il maggior numero di lavoratori domestici, seguita dal Lazio, dall’Emilia Romagna e dalla Toscana: quattro regioni con oltre la metà del totale degli occupati. Tra Roma e Milano, si concentra oltre il 23 per cento. Un settore dai numeri ufficiali rilevanti, ma a maggiore ragione se si considerano anche quelli in nero. Da qui anche le conclusioni della ricerca Domina-Fondazione Moressa: Sono sempre più urgenti, dunque, politiche fiscali ad hoc a sostegno delle famiglie che assumono un lavoratore domestico, sia per far emergere il sommerso sia per compensare il ruolo di supplenza, rispetto allo Stato, che le famiglie continuano a svolgere.